Quasi poesie

Eppure sono tante,  Ma temo di avere Soltanto due cose Da darti. Una fosse il timore Di chi Sempre ne sa Di più o meglio o differente, Di chi ha sempre ragione E di chi Non l'ha avuta mai. La paura dell'uguale, dell'unico, del solo, Di chi mai discute e di

Siamo scarichi. Ci hanno riempito di dispositivi, dipendenze, Vacche veloci dal muso di scimmia, Da rincorrere O corteggiare. Interrompiamo i pensieri, gli sforzi, le cicatrici Per diramare i silenzi Imposti. Scarichi per batterie, legioni, correnti. Perché ci hanno dato in mano un telecomando, Un cellulare, Un topo, Un panorama di stelle crepate

I muri arricciano il naso, Con smorfie, Dileggiano il nostro dormire O non dormire. La pioggia, fuori,  Con le sue mani calde E pasciute, Ci invecchia e plasma. Sul comodino, Di vetro, plastica, carta o sospire, Poggiamo il cuore: Gocciolerà Indolente Fino a domani.

L'alba bussa alle finestre, Ai vetri sporchi, Alle ragnatele sfilacciate. Brilla, Gorgheggia, Sdegna i venti e la ruggine. Se ha per padre Un acquazzone, Scandisce fiera i riverberi Sulla schiena calda Dell'Oggi e dell'Adesso. Muta, Senza mani o dita o ritegno, Sventra il mattino, Ne sparge le viscere fumanti al Sole: Le scie

Mi hai tradito. Non una, non due volte. Lo hai fatto mentre ero in ospedale,  Troia, Mentre portavo i figli a scuola,  Mentre cercavo un parcheggio in culo Al mondo, Perché gli altri erano già Dei più ricchi o stronzi. Mi hai tradito mentre ero al lavoro Pagato male e

Non piove più. Le civette hanno sgridato i pioppi E i ciliegi, Le pozzanghere si sono disegnate sulla pancia Un palpito sgraziato; Il fruscio di un'auto Tende un agguato all'alba; Una canzone, A uno spleen esausto E bizzarro. Servirebbero mani selvatiche, Piedi inquieti, Unghie voraci. Abbiamo facce lontane: Le labbra inaridite Non fanno rumore.

E' passata di fretta, Non si è nemmeno fermata Per il caffè; Ci ha spalancato le finestre, ridipinto d'azzurro il soffitto, Sporcando ovunque di sbuffi Bianchi e rosa e gialli. Le abbiamo lasciato fare Perchè aspettavamo di essere risarciti O di ricevere almeno Le scuse, O meno polvere Nei nostri cassetti. Lei, La pioggia, Si

Il mio sonno è come un vento. Una mano con dita di fiato, unghie mietute dalla pelle Di una schiena, Di una guancia piena. Il mio sonno è nella delicatezza del sorriso Nel viso angusto della buona sorte Nelle crepe dei mattoni e nelle bestemmie Derise,  Masticate, Gettate in

Sputa via quell'espressione.  Le guance appese ad asciugare al naso, Occhiali disegnati in fronte, I denti in vacanza, Il mento inchiodato nella valle dell'annuire.  Sputala via ché spaventi la pioggia.  Le pozzanghere persino, S'alzan le sottane E corrono via fra i campi zuppi E i fossi contrariati.  Quell'espressione, Sputala,

  Hai chiuso nei cassetti, Per anni, Le dita ai demoni Delle mie irrequietezze.   Ti prodighi, Terra e colla sotto le unghie, Per dare mani E denti E sangue fresco Al felino stremato e solo, Che mi ostino a chiamare futuro.   Hai perso i denti, Le menzogne, Le offerte.   Tu, Madre, Strega di abili costumi E bonarie