Quasi poesie

Gradi tre Ore due Luna mezza Notte una. Ci siamo scambiati di posto Con un folletto che disegna occhi Grandi e gialli Su tutte le ombre E code lunghe e grosse Su tutte le idee. Senza mani E con pochissime tasche Ci siamo fatti camminare Sopra la schiena di una grossa serpe Di capitale e

Ho preso le parole;  Non le mie, quelle di altri,  Lasciando loro le migliori e tenendo  Per me quelle adatte,  Dall'abito frusto e stropicciato;  Le ho prese e due le ho legate  Con un elastico,  Altre con chiodi e graffette,  Alcune le ho dovute incollare,  Altre unite dalla cucitrice  O

C'è un sabato in ghingheri, Pronto a mangiarci la faccia; Un'anziana sbilenca che attraversa La strada; I semafori Sono rimasti indietro, Prigionieri della città; Non abbiamo mai troppa fame E forse nemmeno sete. Eppure, il tempo di un Ciao, Ed ecco i belli Dileggiare i bravi, Le chimere accucciarsi Sul cofano caldo; Le muse

L'aria frigge di neve. Impaziente, il sale aspetta ai bordi Delle pozzanghere. Le strisce, dal fiato corto E spezzato, Sognano una magia che regali l'illusione Dell'invisibile o del non mortale. Anche i pini, attoniti, Puntano il muso in alto, Al buio malcelato dalle insegne E dai catarifrangenti. Io dormo Con i piedi

Non siano buoni, quest'anno, I propositi. Trabocchino di sapore, Irriverenza, Superbia. Mi ricorderò che un bastone Si porta dalla parte sottile, Ma si può afferrare con due mani, E terrò presente che quando raccolgo Una conchiglia Ne sto ignorando milioni. Saprò calpestare le onde, Senza far loro del male E setacciare dai ricordi I

C’è quest’illusione, che una mezzanotte possa spezzare gli anni; Una fata con mani e gambe di futuro Da accompagnare a pisciare, nella campagna buia. Là c’è una pala sporca di terra e sangue, Un buco, che crediamo profondissimo. Legato, imbavagliato, ben vestito, una bottiglia accanto, per stordirlo, Ci

Abbiamo vestito gli alberi,  Dato forma alla creta e alla cera,  Abbiamo farcito i piatti  E le vetrate,  Come se aspettassimo un applauso,  O le nostre luci fossero chiavi  Che spalancano la parsimonia.  Dei corpi stanchi  Ci sono avanzati il nervi,  Le promesse, Le stronzate; Questo spettro tintinnante, invece,  E' rimasto

Galante galaverna,  Ti diletti a crocchiare  Su steli e cartacce,  Distesa e lasciva,  Come un felino di ghiaccio e fumo,  Lucidando le campagne, Argento e diamante degli spiriti  Opulenti,  Galante galaverna,  Le mani ferite dalle unghie dell'aratro,  Nel petto conficcati  Alberi spogli ma non  Ancora nudi,  Galaverna galante Con gli spifferi e le albe, Tu, Gentildonna Senza

Voi, laggiù, Venditori di cenere, Voi, Nella bottega degli assensi, Le luci basse, Le mani tese e nervose, Con dita di parole E unghie di lettere, Scritte troppo in fretta. Voi mercanti, Che conoscete meglio Di noi i templi e le fiere, E le orecchie E i vostri buoni affari. Voi,

Tergicristalli come braccia tese, Rami stremati, Ombrelli dalle costole spezzate Ad aggirare il tramonto,Con trucchi di bassa lega e bugie permalose. Un'indole più adatta alla perplessità  Che all'inganno.  Sono questi i nostri compagni D'avventate Invernali vanterie,   In queste sere anguste. Più cenere che fiamma, Più strepito Che