Quasi poesie

Sei comparsa come una luce, Come il profilo di un viso conosciuto, Come la mano Che cerca il bicchiere per cercare la mano, Come l'attesa dell'abbraccio, Come la sete, Come una parola pronunciata male Distratta dal pensiero, Come la collana di sorrisi Che ti vorrei mettere in tasca Per quando

La pioggia si attarda Sui vetri e sui profumi, Il passo, Ciondolante, Appesantito da scarpe Troppo pulite, Cade in superfici di vuoto. Siamo astronauti La gravità intorno Fatta di bicchieri e ghignate, Di silenzi profondissimi, Di un letto, un libro, un sospiro. La bandiera, ci sovviene, L'abbiamo dimenticata: Un'auto Parcheggiata allo stadio  Delle perplessità.

Mi sei cara, Tu, Che hai raccolto la messe dei miei sogni Con una falce di luna. Mi è cara l'assenza, Pallida addormentata, Sul parabrezza vestito di buio. Ospiti un viso sul seno, Come fa il cielo con l'imbrunire. Delle mani storpie del fato, Hai fatto ramo E terra, in attesa Delle

Il sonno ha più fame della sete, I muri scappano Con passi lunghi intere città, Sono cresciuti i denti al cielo E su tutti gli specchi ha sorriso una crepa. Solo le finestre hanno ancora qualcosa Da dire: Storie di segreti, Inganni di nuvole, Bugie che hanno trafugato Alla verità.

Ora che ci hanno regalato una voce, Ce l'hanno spalmata sulla lingua, Abbellita con parole che non pronunciavamo mai, Vergognosi, Timidi, Travestiti di ilarità. Ora che ci hanno venduto All'asta dei giorni, Contesi dai minuti, Disarmati, Frettolosi, Bravi a disegnare le smorfie di uno sbadiglio. Ora che abbiamo misurato l'insensibilità Dell'affanno, Le sue spine, Il

Gli alberi, Pioppi e salici e acacie, Si affacciano al buio con braccia deboli  E mani aperte,  A difendersi dai fanali, Dal grecale,  Dai capricci, Dagli inverni,  Inutilmente.  Gli acquazzoni,  Le scarpe inzaccherate e una canzone tra i denti,  Se ne vanno prima di sera:  Ci lasciano soli  E mal accompagnati.

L'incanto si arrampica felino, Balza da scintilla a scintilla, Sui fuochi d'artificio: Le unghie fatte di stelle e gli occhi, Fiammeggianti, Di satelliti intimiditi. Un riverbero loquace si trascina Fuori dal mare, Naufrago ma non smarrito, E le dita grintose Lasciano sulla sabbia profili Di fate, orchi, delizie E bisbigli. Dalle labbra Piegate

I sogni hanno denti grandi, Ruvidi, Sfumati di grigio. Nei nostri dischi le voci Sono sempre più spesso Voci di morto. Ci addormentiamo con un telefono In mano, Abbandonato come una pistola scarica. Contiamo le stelle, Ma ogni volta si rialzano, Prima che una campana le mescoli All'alba e alla cortesia.