Quasi poesie

Lei mi guarda dalla finestra e ammicca starnazza stride Porta a spasso i miei vizi Sulle mie dita umide E dilaga nel mio cuore di terracotta Che ascolto e riascolto coccio dopo scheggia Come se avesse attraverso tutta la verità di oggi e di domani. Hanno costruito una

C'è un litro di latte, sul tavolo, andato a male, Un moscone che sbatte sul vetro Un baffo Di zucchero vicino alla tazzina Del caffè. C'è quiete, fuori, sotto la luna a farsi grattare La pancia Viziosa. Due o tre delle mie unghie Sono ancora sporche di vernice, Aspetterò mezzanotte,

Abbi cura di me Lasciami andare.  Arrampicare  Sopra il muro dei gelsomini.  Farmi inchiodare  Gli occhi dai martelli  Della passiflora.  Lasciami qui  Non apportare modifiche.  La scelta non consigliata  Ti porterà da me Ma io non sarò lì Perché della pioggia di oggi Ho conservato il nome Di ogni goccia, anche di quelle Che senza

L'ombra di porcellana è un quarto Di luna Nel latte bollente. Cresce, vivacchia. Ondeggia La neve del pioppo nel letto Di vaporoso di maggio; Una preghiera Sull'erba e sotto l'ombra tremula Del fogliame. L'illusione attraversa correndo Tutti i nostri cortili Ridacchia Ci prendiamo per mano al mattino In piedi Nella fila degli imbarazzi.

Prendo un pezzo di notte e ne faccio cose. Lo prendo piccolo: meno di un'ora. Lo prendo buio e umido, forse piovoso. Ne faccio una camminata, zaino in spalla,  E dentro due costate da un chilo ognuna e salsicce in più. Porto con me una bandiera italiana, che

Ah, ma io vi conosco.  Ho mangiato nelle vostre cucine pietanze in forme buone Solo per una fotografia.  E sono stato io a bere prima Di voi le birre che avete  Millantato. Ho dormito nei vostri letti  Che non siete mai capaci di bagnare di lacrime. E nelle vostre culle

Hai appoggiato l'indolenza  Sulla vecchia credenza Che di rumore e lavori non possiamo Far senza.  Così chiedi e mi chiedi  Perché dormo poco, bevo tanto,  Preferisco il silenzio al pianto e alla risata  E preferisco sì La notte al giorno e il giorno alla serata.  Fosse anche un segno

Ma dov'è finita la poesia?  Se n'è andata da giorni;  non ha scritto,  non ha chiamato,  non ha lasciato detto niente.  L'ultima volta l'ho vista infilarsi in un letto,  ricoprirsi di cuscini,  sprofondare nelle coperte e non uscire più.  Sillabava nascosta in quel buio  i nomi di tutte le

C'è il Giorno  Che si prepara dietro la finestra;  Sceglie gli abiti, i rumori da indossare;  E' nudo,  Non si vergogna però,  Né considera le nostre obiezioni,  Che a volte lo vorremmo via, allontanato,  Ritardare o nascondersi;  Altre bramiamo che bussi alla porta,  Sfondandola,  In schegge e caffè.

Su due gambe, due Per l'equilibrio che è del cadere, dell'incedere, del baricentro Eternamente perduto nelle tasche del passo, Nostro alleato fecondo, e nemico annoiato. Infila le scarpe alle lancette, corre via, E porta con sé tutto, ogni cosa; Si lascia indietro solo qualche soldo Per il