Quasi poesie

Prendi al guinzaglio la pioggia, Strattona le pozzanghere e le mille Sue smancerie sul parabrezza; Prendi la pioggia e stringila forte, Da togliere il respiro, Da seminare i brividi sulla nuca E sulle nuvole sprezzanti. Stringi, madre incoscienza, Ché ho peccati da seccare, Cazzate da fare e rifare, Una discarica

Ho trovato una sciagura, una mattina. Assopita sulla credenza, Una guancia contro il cellulare, La coda annodata a una penna Che non scriveva più. Vivace, L'ho protetta spuntando le ali, Ferrando gli zoccoli E limando il becco. Le unghie no, non le ho toccate. Aveva così tante dita, a indicarmi, Che

Hanno dentro un animale: Un insetto con occhietti d'argento Che strepita e giudica, Appollaiato a un portacenere. Hanno dentro  Una risposta con le palpebre serrate, Una voce lamentosa, Una mano con dentro una tasca. Non ci piacciono, Non ci piaceranno mai, Quelli che hanno dentro Ciò che hanno anche fuori. Noi, Sul ponte

Mentre io festeggio il mare Ineffabile, I suoi colori venuti dalla melanconia, Varcando l'orizzonte dei sospiri; Festeggio l'eterno risorgere dell'appetito, L'animo mansueto del sonno, Il sudore aspro della corsa Quando è carezza e velo. La luna, la saliva, L'imbrunire e l'erba Che morendo profuma. Cionondimeno, Festeggio le parole, sì, Umane e imperfette, Fragranti, Dentro

Scricchiola tutto: I rami, le foglie, il vetro  Dei finestrini e il buio che li graffia. Scricchiolano le dita adunche del vento, A bucare i vestiti, Disorientare gli aironi e le nuvole. Scricchiola il seno docile della domenica, Irruente e selvaggio, Addomesticandola.

Una canzone per anni obliata Ora cercata Ritorna camminando sulla polvere Granello dopo granello Una nota via l'altra Come una collana di ricordi O una processione di fedeli Villani, ladri e sicofanti. Una perla sfugge, dilaga, Si incastra tra i denti della verità, L'unica a rimanere, L'unica a gridare, Rivendicare a labbra

Non verrà la nebbia, Non verrà la neve, Non verranno le troie, i pastori, le bugie a fin di bene. Non verrà l'incoscienza, la tua donna,  La fine del mondo che tutti, Del nostro, Possediamo già. Non verranno anafore migliori, Cazzate peggiori, Identiche diramazioni, Libri e dischi più sconvolgenti Di quelli

Non era una stella, Me ne accorsi quasi tardi. Era veloce, facce immote dietro gli occhi luminosi. Non era una stella e non tremava, Nessuna carezza cullata dalle mani bianche, Nessuna preghiera sulle labbra chiuse. Aveva scie di cristallo, Gambe di seta, Risate di metallo; Stremava il tempo

Abbiamo riposto le maschere,  In stanze dove lunghe file di chiodi Attendevano mal allineati. Alcune le abbiamo strappate Assieme alla pelle, Altre sono corse via usando per gambe Una pioggia di sabbia, Mentre noi le richiamavamo indietro, Sconsolati. Ci restavano le lame, Impolverate o arrugginite, Ma non le abbiamo usate mai.

Le streghe di casa mia Hanno vanificato i muri. Una vive dentro una moneta, In un quadro appeso in salotto, Senza facce e senza virtù, E senza guitti, né colori, Da comandare. Un'altra, sulla credenza, Danza in equilibrio su un granello Di polvere Alato e balordo. Una terza e una quarta Hanno