Quasi poesie

E c'è la primavera che ti sputa in faccia Milioni di germogli E fiori E semi E seni. E ombre nuove brucano l'erba Vecchia, C'è un castello di mosche Su uno stronzo di cane, I mangiatori di gioventù tentano di sbucciare Le ginocchia. Presto verrà l'immensità, Porterà una mascherà di sale E per

Stamane ho visto i semafori alzarsi e zampettare Per tutta la città. Le auto si scansavano, Spezzando le code all'ansia, Le braccia all'alba, Il cuore tutto all'ilarità. E quanti guanti indosseranno i quanti? Recitava l'ubriaco Fra salamelecchi e inchini, Ridendo dell'asola troppo minuta, Di un cuore matto, Che non abbottonerà.

Abbiamo il cuore femmina, Le ciglia intrecciate  Per alcuni chilometri Con una frusta di catrame, Il resto libero, A festeggiare le brezze. Nella sete e negli umori, Scivoliamo gli indici, Per vuotare la ruggine e i veleni Dei giorni troppo uguali. Freddiamo le notti Con un proiettile di gomma piuma Sulle chiappe. Non

Quando avrete sete,  Rideremo di voi, Delle vostre didascalie, Degli ordini impartiti, Degli squarci sulla pelle. Le vesciche, Le rughe, le figure di merda, Le avete lasciate ad altri E non ve le hanno mai Restituite. I lividi e i peccati, Invece, Sono tutti nostri, Che ne sappiamo far tesoro E bruciarlo in un vulcano. Con

Ti spaventi, a volte. A volte cuci una tasca Sulla pelle nuda della malinconia, Ferita come te dal timore D'esser nata grande: Una taglia di troppo per questo mondo, Due per questi uomini. Eppure non nascondi le mani, Per pregare l'allegria, Hai per cuore un felino, Per occhi lo sbadiglio

Abbiamo concesso una nota alla notte, E ci ha restituito sinfonie. Delle dozzine d'orizzonti grigi Davanti a noi, Abbiamo scelto un mare Di alchimie barcollanti, Di coriandoli con il viso della luna, Ma colorata. Non avevamo speranze, Ma ci siamo presi l'azzardo. Non avevamo rime, Ma abbiamo rubato un calice vuoto, Un

Se ti regalo un pensiero, Non è perché di troppo  O non della mia taglia. Non è un cucchiaio O un bicchiere, Non una spocchiosa melodia. Né un capriccio spossato, Che riposa sulle rime O uno schioccare di labbra Tumide e sfarfallanti. E non è psiche, tuttavia, Ché là fa troppo

E tornerò da dove sono venuto, Nell'incuria della soggezione, Nell'ubriachezza modesta della curiosità. Tornerò e mi spoglierò dei beni, Delle vesti, le ossa, il cuore, l'eco, Gli occhi e l'incurabilità. Mi spoglierò del fiato e dell'acrimonia. Terrò solo Pregiudizio, Al guinzaglio, Coscienza, In una gabbia di catrame. E anche superbia terrò, Portachiavi

Rivendicare, dissacrare, intraversarsi. E' tutto lì, il vostro puro E scaltro potere, Di cui ci avete riempito le tasche E i coglioni. Avete le parole, Più delle nostre, Icastiche, Asprigne e indigeste. Avete centinaia di vertebre, Disposte come sedie intorno Al cuore. Parlate per strumenti, opinioni, dettagli, Interpretazioni. Ci lasciate poche cose: L'entusiasmo, Le stronzate, I baci

L'asfalto va asciugando, Attutisce la caduta d'ombre e penombre, Le coccola,  Diletta, Ruvido spettro che intreccia le vite Alle morti, Gli occhi al pensiero, Le voci alle parole. Noi ci muoviamo, Spazio per misura: Il tempo regalato si mangia le unghie, Quello rubato Le digerisce.