“Un giorno questo dolore ti sarà utile” di Peter Cameron****
Succede che questo non è “il libro del primo dell’anno”, ma è il primo libro dell’anno. Non che ne legge tanti, di narrativa, negli ultimi anni. E questo è già un fatto. E che lo legga in tre giorni, come ai tempi in cui leggevo tanto, okay… è un altro fatto rilevante. Certo, è di sole 200pagine, e pure con bei dialoghi veloci, e pure con una scorrevolezza ampia, certo… ma resta per me un piccolo evento che spero non sia l’ultimo.
Ma andiamo per ordine, come sempre.
Sto ascoltando il mio solito realease radar del giovedì notte. La bella notizia, ché ne abbiamo bisogno, è che c’è un singolo nuovo di James Blake, che anticipa il disco nuovo a fine marzo. Di brutto c’è che è un pezzo alla James Blake che assomiglia a tutti i pezzi suoi che vi piacciono. Ma va benissimo da mettere sotto. Ci sono pure le 64 barre di fibra e zef, e pure roba nuova di feat, tipo tyler con a$ap rocky o tipo young thug con fred again… insomma, il solito venerdì con troppa roba e tutta di rapido consumo. Ma non era di dische che. Torno al libro.
Ero a Padova, martedì, a vedere Modì e altre cose. Ed erano appena usciti tre libri da assegnare agli studenti, e ne dovevo scegliere uno dei tre. E lo dovevo leggere. Cioè, non è che devo, ma non mi metto certo a correggere cose alla gente dopo aver letto una rece di chat. Dei tre, uno era la bio di jesse owens (ma no, troppo nazi dentro, e i tempi già son brutti adesso) il secondo era Cognetti con le sue montagne (e a me la montagna fa cagare) e il terzo era questo, con questo titolo lungo e spocchioso.
“Un giorno questo dolore ti sarà utile” di Peter Cameron, era qualcosa che avevo già sentito. Forse dal film, o forse era un libro di cui si parlava, nel 2007, quando è uscito. A me non diceva niente, ma ho sbirciato e visto che era una prima persona di un 18enne newyorchese borderline e problematico che odia la gente. Okay, non sono di NY e non sono 18enne ma per il resto ci siamo e quindi… MIO!
E quindi ho buttato un occhio su vinted, perché non mi andava di leggere il pdf e volevo la copia cartacea, ma alla fine su vinted mi costavano tutti, al minimo, 10euri. E allora, dicevo, capitato di fronte alla Feltrinelli padovana, martedì, sono entrato e me lo sono pigliato. 13euri. Onesto, visto che in Amazonia lo trovato a 12 e spiccioli. E così l’ho cominciato a leggere in treno, e oggi, a pranzo, mi sono obbligato a fare una pausa pranzo di lettura, invece di lavorare, e mi mancavano solo 50 pagine, che ho finito venti minuti fa.
Che dire… bello dai. E’ un romanzo di formazione e troverete quasi dappertutto riferimenti al fatto che somiglia Al giovane holden. Vero. Troppe cose in comune per non pensare a Salinger. Un prima persona di un adolescente problematico ma molto intelligente e pieno di visioni acute sul mondo e sulle relazioni. Per certi versi, si potrebbe pensare anche a un omaggio, ma per altri, direi che i punti in comune al giovane Caulfield sono molti meno di quelli che sembri.
Il nostro James, eroe del libro, è un medium, alla fine, uno specchio che attraversa le vicende dei personaggi che ci vuole far conoscere. Conosciamo lui, la sua necessaria solitudine, il suo rifiuto di superficialità, la sua voglia di allontanarsi dalla frivolezza dei coetanei, ma nel frattempo – di riflesso – abbiamo una serie di personaggi rappresentativi. La madre (assurda donna ricca con un rapporto folle con la vita), il padre (vanesio manager newyorchese ricco e progressista), John (gay nero elegante colto ma…) e Nanette, la nonna, vero motore e parte pulita delle relazioni umane. Ma anche la sorella Gillian, il prof (suo fidanzato o qualcosa di simile), la psicoterapeuta… Insomma. Ci fa vedere come pur annegati da buone intenzioni, nessuno di questi personaggi che stanno nella vita di James sia a lui utile per renderlo meno problematico, meno distante, meno sconnesso dal mondo. Alla fine, James è tutti noi, ma non è nessuno di noi, perché noi siamo spesso gli altri.
E questa presentazione di superficialità newyorchese/occidentale/moderna non si limita ai personaggi principali, ma tracima anche sulle meteore. I frequentatori della galleria d’arte dove si comprano bidoni della spazzatura a 16k sono emblematici (e stupidi e irritanti, se vogliamo); e pure i repubblicani che organizzano la manifestazione di studenti meritevoli sono una critica a questo “sembrare” che domina ogni vita.
James, il “disadattato” sembra essere l’unico frutto sano e commestibile in questa cesta di frutta finta.
Una parola che ti viene in mente, soprattutto nei dialoghi, gestiti moooolto bene, è che James sia disarmante. Soprattutto i suoi colloqui con la psichiatra (irritantissima, all’inizio) sono emblematici. Davvero quel che dice il nostro protagonista è così deprecabile? Suvvia… lo sappiamo che no. Eppure il mondo non funziona come sarebbe logico che, e James ne soffre. La sua avventura – recuperata in analessi – al museo a cui non si può giungere a piedi, camminando, ma bisogna andare con un mezzo a motore è una gran bella metafora. Il mondo è assurdo e James ci è finito proprio in mezzo. E lui è colto, potenzialmente gay, solitario senza solitudine.
Ah, comunque, nella troppa musica ci sono cose sulla carata interessanti. Tipo una collabo tra Waxahatchee e Courtney Barnett, oppure il ritorno dei Thirthy Seconds to Mars, oppure ancora gli Arctic Monkeys, o un altro nuovo Apparat… insomma… ascoltate che ce n’è.
Del libro che si diceva? Ah, sì. Tecnicamente una scrittura semplice, ma incisiva, dialoghi credibili e una buona costruzione dei personaggi della famiglia protagonista. Buona anche la costruzione della psichiatra, figura davvero critica (e criticabile) che si offre come spalla per le migliori opinioni di James.
In conclusione, James è una specie di atipico hikikomori, che però più che non riuscire o non volere relazionarsi è invece molto, ma molto selettivo e profondo, ma degno anche di azioni molto stupide.