“Il cavaliere e la morte” di L. Sciascia****

“Il cavaliere e la morte” di L. Sciascia****

In realtà dovrei andarmene a dormire. Mezzora dopo l’una. Ma mi son detto, Maddai, visto che domenica mattina ho finito (finito!!!) questa piccola novella/romanzo breve di Sciascia, perché non parlarne. Se non altro perché magari riesco a ragionarci un po’ sopra. E scopro anche delle cose… di solito succede.

E sono successe un sacco di cose, in una manciata di minuti prima di.

Talmente tanto che ho capito che ci metterò un po’, a parlarvi di questo Sciascino, il penultimo che ha scritto prima di salutarci. Così mi apro le patatine e mi faccio un vodka lemon e la prendo chill. Ma prima di parlarvi del libro devo dirvi un paio d’altre cose.

Cosa numero 1. La scorsa settimana, anzi no, due settimane fa, a un certo punto, una sera, ho deciso che volevo smettere di fare tutto e andare a dormire. Anzi, volevo andare a letto, con un libro. Un romanzo. Allora mi sono messo a cercare. Non volevo una cosa già iniziata (ne avevo una decina, sottomano, ma se li ho interrotti ci saranno dei motivi) e non volevo una cosa di saggistica o psudotale. Volevo proprio un romanzo. Ecco, non l’ho trovato. Mi sono portato a letto Playlist e mi sono messo ad ascoltare musica, aprendolo a caso. Ma sono rimasto infastidito dal non aver iniziato un romanzo. Poi, pochi giorni fa, stessa cosa. E mi stavo per infastidire di nuovo per non aver preso un romanzo dall’altra casa, dove sono centinaia. Poi mi sono ricordato che in un paio di mobili, nella camera chiusa, avevo riposto i libri che rubavo in biblioteca quando ci lavoravo. Erano scarti, per lo più, cosa che non sarebbero mai state catalogate. Mi prendevo un po’ di tutto. Tipo quelli famosi che non avrei mai letto (che ne so, Dan Brown, per dire) e poi anche quelli strani e assurdi (tipo la bio di Casanova in migliaia di pagine) e poi, ovviamente, quelli degli autori del mio pantheon (calvino, buzzati, sciascia, scerbanenco… per dire gli italici, dovevano essere rubati a prescindere.)  Ecco. Ho trovato questo qua, cartonato, vecchio, polveroso… ma corto! E un romanzo, si. Anche se sotto, come sottotitolo, c’era scritto “sotie” che non sapevo cosa cats significasse (ora lo so, lo dicevo io che imparavo cose) ma mi dava tanto l’impressione di essere una cosa seriosa, tipo quasi saggistica. Non lo era, questo libro, ma quasi. Insomma… ho cominciato, e vuoi perché era corto, vuoi perché l’altra mattina ero pieno di incubi e mi sono svegliato senza riaddormentarmi, succede che l’ho finito. Ed è davvero da parecchio che non vi parlo di un romanzo. Una volta ero bravo, a farlo.

Ma prima di cominciare, la cosa numero 2. Mi tocca. Citavo Playlist, prima. Avrete capito che lo tengo qui, a portata di mano, in consultazione. E tipo poco fa, prima di aprire questo post, ho deciso di scegliere la musica. Stasera ho ascoltato Sam Fender, poi un tale Dove qualcosa (Ellis, mi pare), nuovo e piacevole, poi Justin Vernon, poi Afghan Whigs, poi altre cose a caso. Volevo qualcosa che mi concigliasse con la notte, e mi è passata una canzone dei Low e… I LOW! I low sono uno di quei gruppi che se incontrate qualcuno che non li conosce provate sempre un moto fortissimo di invidia. Lui ha tantissime cose belle da ascoltare… tantissime. E allora mi son detto… Leggiamo Playlist e vediamo quali canzoni ci sono dei Low. E volete ridere? I Low non ci sono. Ripeto… I LOW NON CI SONO. Non so come sia possibile, ma è così.  Vi ho già spiegato che non è un problema. Playlist non è una enciclopedia. Però ci sono rimasto male. E allora, mi tocca, vi devo dire io le canzoni dei Low che dovete, do-ve-te, ascoltare, almeno onetimeinliveAdesso metto una delle mie preferite, cortissime (che io e Elvis adoravamo, maledizione a lui quanto manca) e la metto in loop. Hatchet. Fatelo anche voi.

E finalmente… il libro.

Cominciamo col titolo. Il titolo viene da un quadro di Albrecht Dürer, anzi, una incisione, per essere precisi (Il cavaliere, la morte e il diavolo), che vi metto a fondo pagina, bella grande. Il protagonista, in prima persona, Vice capo di polizia senza nome, ci dice che ce l’ha in ufficio, questa incisione. Ci dice che gli è costata parecchio. Ed è un qualcosa di simbolico che attraversa, come corda di collana, tutto il romanzo (una 90ina di pagine eh). Riflette sul fatto che la morte sì, c’è, c’è sempre, ma il diavolo… serve? Serve solo a dare un senso ai suoi opposti. L’epoca di decadenza, il baratro dove sprofonda il paese, le persone, il vivere, del diavolo non ha un gran bisogno. Siamo nel 1988, come ambientazione, e sembra che Sciascia abbia già guardato avanti di una ventina d’anni. Il mondo è malato, il protagonista è malato e lo stesso autore, mi pare, lo è. Un male che non si cura, un male che è cancro, dentro e fuori il protagonista. (Sì, siamo anche in una bella black box finale, ma qui non dobbiamo leggerci nel pensiero di chi ci parla… è necessario)

altra canzone dei Low da non perdere. Congregation. Veqqua, ascoltatela!

Dicevamo? Ah, sì. La decadenza. La vedete quasi subito. Omicidio di un avvocato. Si va a casa del Presidente (di industria, mica politico). Un industriale famoso, ricco e… tante cose. Erano stati a cena, i due, si conoscevano, aveva in tasca un biglietto con scritto “ti ucciderò”, la vittima. Scherzavano tra di loro. Ma non si può mica pensare di fare una piazzata al presidente? Il capo non la fa, il capo chiede ma non accusa, il capo indaga ma non guarda in quella direzione. E il nostro Vice si rode, ma si rode con calma, perché il male lo rede già di più e  sta via via trovando… la pace. Una pace amara. Una pace che è un po’ resa, e un po’ abbandono. Scopre le cose, chiede ai testimoni, incontra una donna, che vive nalla sua parte di mondo, e un’altra, che invece – chiaramente – è la luce di quell’altra parte di mondo. La parte di mondo che si organizza per il male, per i delitti, per far sprofondare le cose. E per uccidere gli avvocati, anche. E il colpevole, o insomma… quello che c’entra, non viene coinvolto.

Anzi, si inventa un complotto, delle minacce, una sorta di “brigate rosse” inventate che ha un nome bello quanto travisabile: I ragazzi dell’89 (e siamo in quell’anno) che però si riferiscono (forse?) al 1789. Tagliamo le teste, dunque. Insomma… queste le carte in tavola. Ed chiaro che Sciascia tocca i suoi temi: i complotti, il giornalismo che vende falsità, il potere, le associazioni criminali, il cancro sociale. Cancro che però è anche reale, nelle viscere del progagonista narratore. Così reale e avanzato da non provare un vera tristezza, per quello che gli potrebbe succedere, se indovina troppo bene la pista giusta.

La chiudo qui, con la trama.

E tocca a un’altra song dei Low. Anche questa andrebbe in playlist.

Dunque… che altro dire. Tante cose. La scritture di Sciascia non è la sua solita. Scordatevi la semplicità, l’immediatezza, la facilità di lettura. Qui il Vice, cioè lui, parla in modo barocco, alto, complesso, a volte che ti costringe a seguirlo con attenzione e anche rileggere. Uno stile decisamente inconsueto. Ma occhio… ti regala belle considerazioni laterali, rispetto alla storia. Tipo, mi sono segnato in testa, pagina 75. Ora ve la cerco….Bellissima considerazione sulla morte, mentre si sta citanto Tolstoj e Ivan Il’ic.

Ve la scrivo

E pensando a quel racconto, cominciò a cercare dentro di sé i riscontri. La morte comu un quid, un quantum, che girava nel sangue tra ossa, muscoli, ghiandole: finché non trovava il  piccolo anfratto in cui esplodere, la nicchia, la culla. Una piccola esplosione, un punto di fuoco, una brace, dapprima intermittente, poi di continuo e invadente dolore; e cresceva, cresceva al punto che il corpo sembrava non più contenerlo: e traboccava intorno su ogni cosa.

Bello, vero? Eh… secondo me, sì. Quell’idea che la morta sia dentro al corpo, che vaga, e possa trovare il modo di uscire, a volte presto, a volte tardi, a volte mai, preceduta da altri eventi… Bello.

Poi… il finale. Un po’ sni. Nel senso che mi ha lasciato il dubbio su chi sia veramente che fa quello che fa. Cioè… diciamo che sul mandante non ci sono dubbi. Ma una frase e un’immagine finale causa confusione. Mi sarebbe piaciuta più chiarezze.

Ah, ovviamente, assieme ai temi di criminalità organizzata, credo che sia interessante come anche in questo Sciascia si ripeschi il tema de “I pugnalatori” e il modo in cui i media possono essere manipolati e utilizzati. Anzi, è l’aspetto più interessante, e nell’incontro con il Grande Giornalista, si vede tutto.

Poi anche basta, dai. Resta un libro che ti lascia soddisfatto e lascia Leonardo Sciascia là, fisso, tra i miei dei. Io vi chiudo la playlist dei Low. Ne devo mettere due.

Ovviamente Lullaby. Imprescindibile.

E poi, per chiudere, una che è senza dubbio La canzone più bella del mondo.

Eccola qua:

 

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