“Il ponte. Un crollo” di Vitaliano Trevisan****
Sono stanco. Non tanto di stanchezza, ma di gente, parole, attenzioni. E scrivere qua, parlare di un libro bello, di un qualcosa, fa sempre bene, a questo tipo di stanchezza. Però, leggendo poco, spesso non ce l’ho, un libro che sia questa cosa del lasciarsi scorrere addosso le stanchezze, con le parole che chiama. Spesso, ma non sempre. Oggi c’è.
Oggi c’è e parte da lontano. Lontanissimo.
Lontanissimo perché Vitaliano Trevisan l’avevo letto solo una volta, con i Quindicimila passi, un libro che mi stregò tantissimo, di cui non ricordo nulla se non che mi stregò e mi piacque. Me lo aveva fatto leggere la Elena di Firenze, credo negli anni 00, forse addirittura quando è uscito, nel 2002. Quasi tutte le cose che mi ha fatto conoscere la Elena sono durate, poi, anche se in modi silenziosi e a volte quasi nulli. Ecco… questa è una di queste volte. Sì, perché poi non è che un tempo, anni novanta, leggevi un libro e se ti piaceva correvi a comprare il successivo. Non c’era internet, o c’era ma non era quello di oggi. Non lo sapevi nemmeno se esisteva, un libro successivo. Dovevi andare in libreria, ma in periodi di gioventù, nelle librerie, si passava le ore ma prendendo in mano sempre cose a caso, in una sorta di bulimia narrativa col senno di poi abbastanza sterile.
Anyway, ci si uccide.
Si uccide qualcuno nei quindicimila passi (il fratello, ma è una sorta d’alter ego del narratore) e si uccide qualcuno qua, E si uccide Vitaliano, nel 2022. Ho trovato in rete questo ricordo, molto bello. Io, comunque, non l’avevo dimenticato. Ma non l’avevo letto. Prendevo in mano i libri con il suo nome, li riponevo, e questo, che è un Einaudi stile liberodalla costina gialla, da cui sono abbastanza ossessionato, non potevo mancarlo e quindi l’ho preso. Non se se dal banco libro o comprato… boh, ora guardo.
Visto… Banco Libro.
Quindi non l’ho nemmeno pagato. E comunque, ricordo, volevo leggerlo subito. Perché è piccolo, mi sono detto. E breve, questo libro, lo è, almeno all’apparenza. Ma non fatevi ingannare. Se volete entrarci, mettetevi in testa che queste 153 pagine sono dense. A volte impegnative e quasi respingenti, per certe verità che ti sbatte in faccia. E infatti, quando questa estate, dopo almeno una decina d’anni che è con me, l’ho pigliato per leggerlo, ho dovuto ricominciarlo almeno un paio di volte, perché lasciavo passare troppi giorni ed era come arenarsi in una secca del fiume, che per ritornare nel flusso devi tornare indietro un po’ e ripartire. Flusso… ecco la parola giusta.
La scrittura di Vitaliano Trevisan è un flusso di considerazioni, ossessioni/compulsioni, paranoie, ragionamenti, critiche… sì, soprattutto critiche, caustiche, sensate, anche rabbiose, verso il Nord Est (il suo Nord Est, è di Vicenza) e verso il modo di vivere che abbiamo. Si diceva, comunque, suicidio. Torna sempre nei pensieri e nelle opere di Trevisan, e so bene che è una delle cose che mi piace. Diceva Samuel, una volta che glielo raccontai, che non è normale che io pensi al suicidio ogni giorno, ma io dissento fortemente. Credo che sia normalissimo e che non abbia alcunché di deleterio. Pensare non è avvicinarsi, è conoscere, inglobare, controllare. Ah, tra l’altro, ora, visto che la cassa bluetooth è nella 500 e non ho voglia di radio e ascoltare musica dal pc fa cagare ascolto vecchi cd. E uno dei pochi che posso ascoltare più volte in sequenza senza stufarmi è il primo dei Coldplay, quello con Yellow. E Yellow, o meglio, il video, era un’altra fissa mia e della elena, perché c’era dentro l’alba.
L’alba, in questo ponte, in questo crollo, non c’è. C’è, piuttosto, un precipitare, un crepuscolo, una caduta interamente portata avanti dalla prima persona del protagonista, che in una prima parte ci racconta la sua routine che già dalle prime righe è spezzata dalla morte di Pinocchio, per incidente stradale. Il ponte della dimenticanza crolla, e da lì parte il ricordo, la memoria, la vera chiave dei pensieri di Thomas, il protagonista narratore narrante. Thomas è problematico, arrabbiato, esiliato, in fuga dalla relatà, eppure da essa attratto.
Da questa morte, per lui impossibile, emerge il passato. Com’è che è finito in Germania, a insegnare italiano, con un unico amico vecchio e vicino di casa (Hennetmair) con il quale impiegare il tempo in discorsi filosofici. E nel viaggio nel passato emergono cose che non avrebbe voluto ricordare, e un fatto tragico, con una tragica verità. Ma non è questo, che vi fa amare Trevisan. Nei vaneggiamenti e nel dramma ossessivo compulsivo del protagonista emerge una critica e una rabbia che prendono di mira tutto. Il rapporto con la madre, le sorelle, il padre, il nord-est… E cita spesso Pasolini e altrettanto spesso Thomas Bernard, grande ispiratore dell’autore. Poi, credo, c’è molto del disturbo mentale dell’autore, nel protagonista, che ti rapisce.
Insomma… non è un libro facile. Il flusso di coscienza non è sempre facile da leggere, a volte ti annega. Eppure, la maggior parte delle righe si può meritare tranquillamente una rilettura.
Il finale, poi, non è proprio chiarissimo, e avrei preferito un po’ più di certezza, anche se capisco che se entri dentro una mente non sana è difficile averla.
Che altro dire… che ho sonno, devo fare la sangria e poi credo proprio che andrò a dormire, senza pensare troppo ai crolli, ai ponti e alla memoria.