Due mani e la fine del nocciolo carnoso

Due mani e la fine del nocciolo carnoso

Stamattina ho deciso di andare sul fiume. Sul tagliamento, sì, proprio lì dove c’è quel tronco bruciacchiato laggiù, ché poi vicino c’era l’acqua più profonda – quella là che diventa più blu – e potevo farmi il bagno.
Non c’era nessuno. Vero… erano solo le nove e mezza, e poi la gente è arrivata, ma prima ero solo. Potevo tirar su il costume e fuori le chiappe e ronfare a mio piacimento.
Ed è più o meno quello che ho fatto. Quasi subito o cominciato a sonnecchiare, braccia larghe e faccia al sole, e a certo punto, non so perché, ho aperto gli occhi, girato la testa di lato e davanti agli occhi, con un richiamo, prima una e poi l’altra, mi sono passate due rondini. 
Non avevo nemmeno mai notato che le rondini facessero quel verso strano, tipo uno squittio trillante da base di un qualche rapper americano. Ed era la prima volta, anche, che una rondine mi passava praticamente sulla faccia. Due, anzi. 
Così ho pensato… bello. Speciale. Da ricordare, come un piccolo graffio della giornata. Chissà… pensavo, a quanti le rondini saranno volate a mezzo metro dalla faccia? Non credo a tanti… pensavo, e quindi ero contento. Ho cominciato a pensare alle cose, agli intorni, a gesti piccoli che non si fa, ogni tanto, perché si è perso il gusto nel vederne la bellezza. Ho allungato una mano e cercato un sasso piatto… non so come li si chiama, quelli comunque da far saltare sull’acqua. Mi è venuto in mano, quasi subito, un sasso bello, largo quanto un sottobicchiere e sottile. Stava nel palmo…
E così mi sono tirato su quel tanto, senza nemmeno mettermi seduto, e l’ho lanciato, contando otto rimbalzi. E non ho pensato niente, solo che è sempre bello far rimbalzare i sassi sul pelo dell’acqua. Mi sembra quasi una cosa simbolica, un dimostrare che una cosa pesante, come un sasso, come un piccolo dio, può camminare sull’acqua. E poi ho pensato, subito dopo, al mio chiedere un sasso, ogni tanto, a chi mi chiede cosa portarmi da un posto lontano… Un sasso è puro pensiero. Un sasso non costa niente se non la fatica di cercarne uno bello, particolare, raccoglierlo e non perderlo, o dimenticarlo. Perché non ti ricordi di aver un sasso, tra le mani. E’ il pensiero di portarlo a qualcuno, che te lo fa riporre, conservare e consegnare. E un sasso è una cosa, una delle poche, che per certi versi è senza padroni. Senza un sacco d’altre cose, certo, ma è una res nullius e io l’ho sempre apprezzato. E tutto questo l’ho pensato mentre ero lì, dopo le rondini e dopo aver tirato il mio sasso. 
Ero ancora solo, circondato da quel rumore ciottoloso che sa fare il fiume, quando si pettina con la corrente. Avevo persino rinunciato volentierissimo all’i-pod, visto che la musica, bene o male, la si usa spesso per coprire, piuttosto che per scoprire. E così ho mangiato una pesca e mi sono perso via a pensare se il nocciolo era meglio gettarlo in acqua o tra i sassi. Se fossi stato che so, al parcheggio, avrei lasciato un po’ di polpa in più e l’avrei dato alle formiche. Sono simpatiche, sanno di vita, quando corrono in fila continuamente. Sono un generatore di continuità. Ma qui tra i sassi non ci sono formiche. Ho visto pidocchietti d’acqua, un ragnetto, forse, ma nient’altro. magari se lo butto in acqua, il nocciolo, nutre altre bestie? Insomma… ero perso in questi pensieri e ho pensato che è bello, sapersi perdere così, soprattutto quando non è importante. Infatti non lo ricordo nemmeno, che fine ha fatto quel nocciolo carnoso…
Comunque, ho smesso di pensare. Diciamo pure fino sulla strada del ritorno quando ho sentito due canzoni, una dietro l’altra, alla radio, e fatto due cose. La prima è accelerare per tentare di far cagare in mano uno che andava in sorpasso azzardato. Mi dava fastidio, non ci posso fare niente, e stavo ascoltando Time is running out, dei Muse. E ho pensato che non avrei tolto il piede. Così, solo per vedere se riusciva a rientrare o meno. E’ riuscito, ovviamente, anche se per un pelo. E non mi importa un piffero, in quei casi, se crepavo pure io.
Poi però è passata questa canzone qua, di Vedder, bellissima per altro, (dovreste ascoltarla, per capire), e io ho rallentato e sono tornato ai pensieri di prima, sui sassi, sul puro pensiero, sulle rondini e il nocciolo di pesca, e non avevo voglia di schiantarmi più.
E c’è questo verso, poi, che dice che lui è un uomo fortunato a contare su entrambe le mani le persone che ama. Qualcuno ne ha una sola, qualcuno nessuna. E io? Quante ne ho? Così ho cominciato a contare… ma non ricordo nemmeno, se ho passato la prima mano. Ma ho pensato, poi, e tutto si è aggiustato, che io, in fondo, mica ho smesso di contare…

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