“Pôre di nuie” di Matteo Bellotto****
Qualche settimana fa, alla premiazione dello Schioppettino, sempre per restare in tema di vini, Giuliano mi ha regalato questo libro. Si parlava di un altro libro, di narrativa, che parla di friuli, e che inquadra la natura dei friulani, di un vivere che, mi rendo conto, è abbastanza diverso da altre parti. C’è una ruralità e una abitudine alla sopportazione, ma anche una certa flessibilità, resilienza e abitudine all’autodistruzione che ha del poetico. E infatti questo sono poesie. Poesie in friulano. E certo, le potete leggere anche voi, perché c’è la traduzione in italiano, a fronte, che anzi, viene riportata nella pagina precedente. Ve ne parto, in effetti, qui sul sito, per due motivi.
Il primo è che sono poesie belle. Alcune, soprattutto, e soprattutto quando vengono da questa friulanità di fondo, questo sentire intimo, senza abbellimenti, con la semplicità di emozioni semplici, o meglio, non tanto emozioni, ché i friulani non ne provano, quando visioni. Visioni della vita, delle cose, degli accadimenti, dell’esistenza. Non mi sembra di dire una cosa brutta o sbagliata, se penso che siamo un popolo che non prova emozioni, ma ha semplicemente un modo di vivere le cose. Eh… no, non è la stessa cosa.
Anyway, non è l’unico motivo. L’altro è linguistico. Nasce proprio dalla caratterisica di essere bilingue, quasi in modo completo. Intendo sia chi scrive, sia chi legge. Solo che, sia chi scrive, sia chi legge, era sempre più chiaro a ogni pagina che leggevo, facciamo parte di ciò di cui vi dicevo sopra, la friulanità, insomma. Mi spiego meglio. O forse no, non è poi così facile.
Tradurre è tradire, si sa, e blablabla, ma qui siamo di fronte non a una traduzione, ma a un tentativo di poesia in doppia lingua. E no, non riesce. Queste poesie, se siete friulani, friulani madrelingua, le dovete leggere in questa lingua. Ce n’erano alcune che potrei metterci un quarto d’ora a spiegare a qualcuno perché – benchè traduzione e significato siano identici – il verso in friulano è diverso e più completo e denso di quello in italiano.
Faccio così, perché mi rendo conto che sembra una banale considerazione sulla difficoltà traduttiva della poesia in generale. Non è solo questo.
Vediamo… Vado a cercarne una tra quelle che o particolarmento apprezzato e ve la riporto. No, anzi, apro il libro a caso e vi scrivo quella che becco. Sono sicuro che avro da parlarvene. Ecco… Questa
BAUSIIS
Lis bausiis
A corin plui di corse
Da veretât
Come a briscule
Cuant che il fant
Al po côri
Plui dal cjaval.
Il furlan
Nol côr
Mai.
La versione in italiano è questa:
BUGIE
Le bugie
Corrono più veloci
Della verità
Come a briscola
Quando il fante
Può correre
Più del cavallo.
Il friulano
Non corre
Mai.
Non è difficile da tradurre e lo vedete anche voi che in fin dei conti è corretta. Ma ci sono cose che non si colgono. Per un italiano, dire che un friulano non corre mai non ha molto senso. Può sembrare una figura retorica, quasi una metafora, o comunque un bel modo di dire una cosa complessa in modo semplice e poetico, se vogliamo un po’ stucchevole, con quel “mai” finale, melodicamente così retorico. In friulano è tutt’altro. In friulano è proprio realismo. Per davvero il friulano non corre, non si fa, non sta bene, non c’è motivo. Un milanese, lo vedi correre (perchè è tardi, per lavoro, per la metro, per il tram, salcaz…) ma un friulano no. Perde, piuttosto, perde una corriera, o un’occasione, e comunque ne paga le conseguenze. Ma no si corre. Non corre. Anzi… il friulano denigra e schifa quelli che corrono. Non corre per sedersi, per prendere un posto, per vincere qualcosa… no. Non si fa. E’ una cosa che viene da lontano. Dal fatto che sappiamo pagare i prezzi, dal fatto che comunque vada, non saremo mai primi, saremo sempre sottomessi a qualcuno o qualcosa e qui no, almeno qui, ci prendiamo la rivincita. Il non correre mai è una ribellione del friulano. E poi cè quell’altro verso, che solo in friulano ha una certa cosa. “A corin plui di corse” saggiamente in italiano diventa un più corretto “corrono più veloci” ma ci si è persi un grande pezzo. “Cor di corse” se ci pensate, è assurdo, ridondante. Corri di corsa. E come diavolo dovrei correre? E invece c’è tutta una serie di occasioni in cui bisogna dire proprio così. Non basta dire “Cor”. Dire a uno “Cor, cor di corse!” è un’esortazione, non solo un consiglio, e dentro c’è un senso di positività, di plauso, di invito, di volontâ. E non fa a pugni con il fatto che un friulano non corre mai. Anzi. Un friulano corre (di corsa) solo quando lo decide lui. Del tipo, è appena passata la ragazza che ti piace… “Cor, cor di corse che tu le cjapis”, mentre stai perdendo l’autobus per una ventina di metri e se li fai di corsa lo pigli, no, no sarà un autobus a decidere la mia vita. Pago il prezzo e aspetto il successivo.
Ecco. Non credo di essermi spiegato. Perché ovviamente dovreste legger le poesie, ma secondo me ha senso sapere questa cosa. Si possono leggere nelle due lingue, ma bisogna sapere che sono due letture diverse.
Che altro dire. Ah, si. Diciamo le cose normali. “Pôre di nuie” di Matteo Bellotto. Questo libro è una silloge di 4 parti dedicate al vino. Bianco-Nero-Tocai-Refosc. E i sapori delle 4 parti sono diversi. Bellotto nel vino ci lavora, e quindi direi che gestisce questa scelta con molta grazia e padronanza dei sapori. Però va detto che c’è una idea poetica di base. Versi liberi con parole semplici e dirette, ripetizioni, poche figure retoriche e quando si cerca un qualche stratagemma ecco che la poesia perde in sincerità, anche se magari ci guadagna agli occhi di chi apprezza la trovata. Guardate.. ve lo posso mostrare anche nella breve poesia di prima. I due versi di fante e cavallo, tolti dalla briscola, con il paragone tra i due. Bello, certo. Ma io, per come sono fatto io, l’ho trovato meno coinvolgente, meno sincero, quel passaggio lì, pur essendomi piaciuto.
Già che ci sono, però, vado a cercare un’altra cosa che mi è piaciuta e ve la scrivo. E così vi trovo anche alcune delle cose che mi hanno lasciato perplesso. Eccola, questa.
TÂS
Vevi pôre
Di frut
A vêi pôre
Di dut
Fossio mai
Deventât grant
A cirî di dîti
La veretât.
E invesit nuie.
Tâs
Come une talpe
Ta Ledre
Prime di murî.
TACI – Avevo paura/ Da bambino/ Ad aver paura/ Di tutto/ Fossi mai/ Cresciuto/ A cercar di dirti/ La verità/. E invece niente./ Taci/ Come una talpa/ Nel Ledra/ Prima di morire.
Allora. Qui potrei perder mezzora solo a spiegarvi perché il “Ledra” o anche “La ledra” non è solo un fiume. La ledra è un mood, un canale, un simbolo, qualcosa di molto più antropico di qualunque altro corso d’acqua. E la similitudine della talpa è davvero tanta roba, soprattutto perché il Ledra, come canale, usato soprattutto come irrigazione, ha anche la caratteristica di essere “chiuso” e “riaperto”. E se non siete stati piccoli vicino al Ledron o anche a una delle tante piccole Ledre di paese, non capite frasi come “A àn sierât la ledre” o “A àn viert la ledre”. Però avevo la critica della talpe. Talpe, in friulano, è impronta. La talpa l’animale è il farc. Poi ci sta che uno italianizza e usa “Talpe” ma io qua non avrei mai rinunciato a “farc” anche per la monosillabica efficacia. Come un farc, con la crasi metrica tra la e e la u diventa una fucilata. 3-3-5. Ci sono, insomma, delle cose che mi hanno fatto dire “mmm”. Io non sono un talebano della koiné nemmeno in narrativa, figuriamoci in poesia, dove per me il dire/pronunciare è superiore allo scrivere. Tipo qui, per esempio, la parola “invesit” (sarebbe invezit) è irrinunciabile. Ma anche nella poesia di prima ci sono due circonflessi che non ci vanno, (côri-côr), e a toglierli, dando ragione alla grafia corretta, non si perdeva niente. Non è una critica, perché ovvio, uno scrive una poesia come diavolo ritiene meglio, ma qualche scelta mi aveva comunque lasciato perplesso.
Poi… Ah, sì. Bellotto scrive le poesie come me. Con le maiuscole a ogni inizio verso. Io lo faccio perché la poesia è delicata e tenera, e quindi va protetta a ogni inizio verso con una maiuscola. La prosa non ne ha bisogno. Chissà lui… Boh.
Vabbè. Dai. Dovevo perderci mezzora in questo post, e ne ho persa una.
Però vi dico due cose che non c’entrano un cazzo. Oppure no. Un po’ c’entrano.
Una è quella che oggi, firt day, ho acceso lo spolert. Sarebbe la cucina economica. Ciò avere il fuoco. Il fuoco in casa. Si sta subito meglio. Io fuoco in casa è una cosa che di nuovo entra in quella natura di friulanità, quel non provare emozione ma visione delle cose. E accendere il fuoco in casa, metterci sopra le castagne, o la crosta di formaggio, o le bucce di mandarino… ecco, insomma… è poesia.
La seconda non ve la dico. Ve la mostro. Come al solito è mia tradizione osservare la decadenza giorno dopo giorno della mia zucca. Eccola:
