“Nel cuore della nebbia” di Marco Fiusco***

“Nel cuore della nebbia” di Marco Fiusco***

Okay, è tardi. Ma venerdì sono usciti i Queens e gli Editors, ho appena acceso il lumino nuovo alla zucca sulla finestra e sto aspettando che si sciolga un po’ il ghiaccio nel black russian. Fuori è arrivato il freddo e insomma… direi che posso spendere qualche mezzora di sonno per chiudere anche questa cosa. Questa cosa, per capirci, è un piccolo libro di racconti amazoniano di Marco Fiusco, autore che conosco da… 4 giorni.

Eh, sì, perché giovedì sera è ricapitata quella cosa che capitava spesso quando avevo il blog, era famoso e stavo sui social, io con il blog. Adesso aggiorno il sito solo per rilassarmi, come sto facendo adesso, e per fissare le idee sulle cose, comprese, se capita, sulle cose che leggo. E okay, per far sciogliere un po’ il ghiaccio dei black russian.

Comunque, 4 giorni fa, credo fosse giovedì sera, ho ricevuto questo invito di lettura, come accadeva un tempo. E io, già da anni, con gentilezza, tendo a rifiutare. Nel senso… ho libri là, sugli scaffali, a decine, che non ho mai letto perché non ho mai trovato il tempo, per non parlare della cartellina degli epub e degli ebook. E mica solo di sconosciuti, eh? Ho libri di amici che non ho mai letto e mi riprometto sempre di. E forse lo farò, certo, ma i tempi… no, i tempi non sono adeguati. Quindi, insomma, ecco, rispondo come al solito. So che non costa molto inviare un file a uno che comunque non sapeva della tua esistenza e quindi non avrebbe mai comprato questo file, però poi non è bello esser ignorati.

Quindi rispondo alla Mail di Marco che “Oh, si, okay, racconti brevi horror, cioè, sono il King dei racconti brevi horror, e tanti ne ho scritti molti di più ne ho letti, quindi anche mi farebbe piacere ma…. poi mi sento in colpa se non li leggo e la probabilità che accada è altissima”. In realtà mento. Nel senso, non sul fatto che non li leggo, quello è vero. Mento sul fatto che mi sento in colpa. Non ho coltivato questo aspetto della mia personalità. Ma se fossi una persona normale mi ci sentirei. Vabbè, la sto facendo lunga, lo so (ma il ghiaccio è quasi okay per il primo sorso), ma alla fine Marco mi risponde e mi dice di non farmi problemi, che non gli cambia un cazzo se non lo leggo (no, non ha detto così, ma io nella mia testa ho interpretato così) e quindi me lo manda.

E io, l’altra sera, mi sono reso conto che era troppo sbatti ripescare il lettore dal tavolo dell’altra stanza, caricarlo, cercare il cavetto, ficcarci dentro il file… potrei, mi son detto, scaricare un lettore per pc. Tanto ho il monitor grande… e ho scaricato un coso che legge tutto che manco ricordo come si chiama. Ho provato ad aprire il file per veder se funzionava e… 48 pagine. Allora sono brevi davvero questi racconti! Sì, lo erano.

Ho cominciato il primo, dopo aver letto l’intro (che va letta) e insomma… Alla fine, siccome ero arrivato a metà, ho deciso di non mettermi a scrivere ma finire la serata leggendo. E me li sono letti tutti e 9. I titoli sono questi: La frequenza, La prigione di vetro, Sussurri dal passato, La caduta del velo, La coscienza prigioniera, Palcoscenico, Il ratto, Sotto la crosta, La voce nel coro. In effetti non dicono molto, ma è proprio nell’intenzione dell’autore, mi sembra, entrare nell’horror classico, omaggiando i suoi maestri. Comunque, la prima cosa da dire è che mi ha gabbato, sulla lunghezza, Nel senso, il libro è da un centinaio di pagine, lo trovate qui in Amazonia, sia carta sia bit, e si legge comunque con grande rapidità. La fregatura, dicevo, è che io credevo avesse 48 pagine perché il lettore che mi ero scaricato me le presentava così…. Che cats. Ma lasciamo stare i miei litigi con i software.

Parliamo del libro.

Allora… secondo me sono delle sintesi omaggiative! Nel senso… sono racconti classici che tributano la loro classicità ai maestri del genere, Lovecraft in primis, ma Poe e King sul resto del podio. Non è un segreto. Lo si dichiara nell’intro, ma leggendo è proprio una consapevolezza sempre più forte, quella di esser omaggi. (qualche cattivone li bollerebbe come derivativi, ma no, si vede che l’intento è proprio di non nascondere il debito con i grandi della narrativa di genere). Tra l’altro, l’omaggio maggiore guarda a un caposaldo della letteratura del fantastico (levando il sociale) come lo scarafaggione di Kafka. (Kafka medaglia di legno, quindi).

Prendete il primo racconto. Una prima persona, passato remoto, citazioni del maestro HPL… E un finale volutamente lovecrafiano. La trama poco più di un pretesto per modernizzare l’orrore degli abissi cosmici, ovvero una stazione radio misteriosa, che comunica le volontà di chi tutto distruggerà, ftagn, ftagn, aggiungerei.

Sul secondo racconto, per esempio, si vede un po’ di ingenuità. C’è un’idea (lenti a contatto per sopportare la realtà) ma è un po’ ammazzata dalla struttura del racconto, che ribaltata avrebbe avuto più impatto. Però questo mi è piaciuto di più. Anzi, mi sono messo a pensare come si sarebbe potuta sfruttare meglio quest’idea delle lenti a contatto real improvement. Il terzo è una ghost story. Classica. Struggente. Qualcosa come Henry James ma più… emotivo. Senza mistero. Questo mi è piaciuto. Quello dopo invece no, anche se ho capito l’intento. Zero azione, molta filosofia e orrore psicologico e metafisico. Ma do atto all’autore di aver capito che non si può gestire un tipo di racconto simile per troppe righe. Quindi anche questo è leggibile. La coscienza prigioniera, invece, con titolo molto esplicito, entra con baldanza in uno dei temi più attuali e dibattuti. Coscienza di intelligenze artificiali. Il dilemma di asimov superato. O quasi. Questo mi è piaciuto molto e non per il tentativo di effetto sorpresa dato dalla prima persona (che ce vogliamo si infila in una black box) ma per la gradualità della presa di coscienza e per il ribaltamento dell’eroe.  Siamo cattivi, ti dici dopo averlo letto, Siamo cattivi con questi robot. Poi c’è quello sulle realtà e il bambino che in prima persona ci dice delle cose e dobbiamo aspettare gli spiegoni dei genitori per capire. No, questo non mi è rimasto granché. Mentre poi arriva il Ratto, quello che vi dicevo, brevissimo e kafkianissimo. (E non in quel senso, proprio nel senso di ispirato al capolavoro delle Metamorfosi). E poi anche Sotto la crosta è estremamente kafkiano, ma qui non si cerca di evitare l’ispirazione, si usa e stop. La storia ha un bel piglio con del body horror che promette bene ma resta inespresso. Si poteva forse anche esagerare un po’… ma alla fine è un racconto che soddisfa.

Ci sarebbe poi, cosa che ho apprezzato, l’idea sottostante di una sorta di tassonomia dell’horror, dividendo 4 stagioni orrifiche, con cui si può essere d’accordo o meno ma che almeno rendono la raccolta unitaria in questa eterogeneità. Le “stagioni” sarebbero Orrore psicologico, Tecnologia disturbante, Atmosfera gotica, Orrore Cosmico. (tra l’altro mi ha ricordato la tassonomia di lovecraft, quella con decine di plot…. che ricordi)

Insomma. Basta chiacchiere. Questi nove racconti vi possono piacere se accettate che si possa scrivere della narrativa senza inventare nulla, ma cercando di fare bene quello che altri hanno già fatto molto bene. Se è così, potete spendere quei tre euro e leggervelo, se non altro per mettere anche voi al posto giusto le idee sui sottogeneri del genere. La “voce” di Marco è ancora un po’ impersonale e deve trovare le sue sfumature, ma almeno è un libro curato, senza imperfezioni, e intellettualmente onesto.

E adesso basta, che il black russian è finito e io posso eliminare la mail e salutare Marco Fiusco, che è comunque riuscito a farmi leggere nove racconti in una sera, che mi pare un bel risultato.

 

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