“Rombo” di Esther Kinsky****

“Rombo” di Esther Kinsky****

Mi sono ritrovato a pensare a Glen Hansard, oggi, mentre leggevo le ultime pagine di questo libro. Non c’è un perché, non erano nemmeno pagine malinconiche, le ultime. Ma mi è venuto in mente. In realtà ci penso spesso. Una cosa buona perduta anzitempo, credo sia per questo. Non per le canzoni che non ascolteremo, ma solo per la cosa buona.

Le cose buone sono sempre di meno. Sempre più in difficoltà- Sempre più attaccate per essere distrutte.

Sia quel che sia, stavo leggendo “Rombo“. (se volete sapere del titolo lo scoprite qua)

Mi serviva, un paio di mesi fa, del materiale per scrivere una cosa breve sul terremoto del ’76. Un paio di pagine. Avevo in testa un’idea, e mi dovevo informare. E per caso mi è uscito questo titolo, nelle millemile morsicate social dei siti letterari. Ho cliccato e ho letto che:

è scritto da una tedesca, Esther Kinsky, che a quanto pare scrive bene.

  • la tedesca passa un bel po’ di tempo all’anno in Friuli (da cinque anni almeno)
  • ci sta bene, ascolta, e aveva sempre sentito parlare di questo terremoto.
  • ha scelto di raccontarlo con le voci che lo hanno raccontato a lei o comunque con quella finzione
  • 7 voci di valle, vicine all’epicentro, anche se non di Gemona. Poco più su e poco più in là, verso la Slovenia (val Resia? non dice mai il posto preciso).

Cazzo, mi son detto, è il libro perfetto per evitare le retoriche. Interviste… ricordi… visioni dirette e semplici. Cosi sono ho visto in quale biblio, ho scritto a Maddalena e me lo sono fatto mettere da parte. Sono ovviamente in ritardo per restituirlo ma la scorsa settimana lo volevo fare, ma poi, mancandomi una cinquantina di pagine, ho deciso di tenermelo e trovare il tempo, e oggi l’ho trovato. Ho saltato qualche riga, posso ammetterlo, ma vi dico cosa e perché.

Tuttavia, tornando a Glen, vi scrivo queste righe dopo aver ascoltato il live del 26, il vwcchio 2018 e adesso boh… vediamo, Niente. Ascolto Fink. Tanto il mood è quello.

Dicevo, vado e leggo. Vi dico già che la cosa che dovevo scrivere l’ho scritta quando ero a metà libro. C’era già tutto ciò che mi serviva. Ma vi dico anche che questo non è solo un libro sul terremoto. E’ un libro sui friulani, sulla civiltà di una valle chiusa, sul mondo rurale della seconda metà del secolo fino a quell’anno scellerato.

E vi dico che è soprattutto un libro sulla memoria. La memoria e il suo continuo dispiegarsi e mutare, mescolarsi e mentire. Ci sono cose molto belle nelle parole di questi sette personaggi. E io non mi sono nemmeno soffermato molto a capire chi diceva cosa. Ho letto, così, come se valesse il cosa veniva detto, ricordato. Olga, Toni, Silvia, Anselmo, Gigi, Mara, Lina… Le loro storie si intersecano sia nei fatti, sia nella narrazione, inframmezzate da piccoli pezzi che parlano di natura, di terremoto, di biologia, di tecnologia, di geologia. (Ho saltato, appunto, qualche riga che parlava della fotografia a livello tecnologico).

Il libro è del ’22, in tedesco, tradotto in italiano nel ’23, e credo sia stato fatto un lavorone. Si sente, nelle parole dei protagonisti, il ritmo e la semplicità di chi parla friulano/resiano e si trova in imbarazzo a doversi esprimere in italiano, e lo fa con frasi corte, parole semplici. Ma a volte tirando fuori riflessioni profondissime o verità che ti schiaffeggiano. E non sono tutte rose e fiori eh… anzi, ci sono soprattutto spine, nelle vite di questi abitanti della valle. Ci sono litigi, cattiverie, divorsi, botte, insulti, rapporti tossici, miseria, ignoranza… C’è il Friuli chiuso di quegli anni. Gente che credeva che Gonars fosse ormai vicino al mare, o altre ingenuità simili. Ma una cosa bella, è che lo sguardo è esterno, di chi friulano non è, ed è uno sguardo attento e limpido, che non mette filtri.

Onestamente, emergono tutti degnei di pietas e di ammirazione, queste figure tragiche, ma tragicamente normali, per quei tempi e luoghi. Ah… i luoghi. Sono soprattutto i luoghi a far perdere la penna a questa autrice. Li ama, si vede, e i passaggi letterariamente più densi e alti sono nelle descrizioni dei luoghi. La montagna, il Fella, il Tagliamento… gli orizzonti e le case del paese. Pardon… Villaggio.

Poi, certo. Vi ho detto che ci sono dentro un sacco di cose e sembra quasi no ci sia il terremoto. No, tranquilli. Qui è tutto terremoto. Se una bambina vi racconta della sua bambola e del suo metterla e toglierla dalla valigia, o un altro ragazzo del suo violino, o un’altro ancora delle sue capre… ecco, tutto ruota attorno al terremoto. Non solo soldati, protezione civile, ricostruzione… ma anche carboni (biacchi), uccelli, capre, gatti, mucche, amori e disamori, odi e morti… tutto ruota attorno al terremoto. 

Che altro volte sapere? Ah, ci sono, a iniziare i capitoli, prima di una citazione a tema sismico, le immagini che sono state trovate nel duomo di Venzone. Scritte sulle pietre di chi lo ha costruito, di cui non si sapeva, ma che sono servite a ricostruirlo. Lo scoprite alla fine, ma non è poi uno spoiler grave, anzi, aiuta a dare il giusto valore a.

Bene, dai. Domani posso andare a restituirlo, se mi avanza qualche minuto.

E’ stata una lettura di qualità. Forse con l’unico difetto che non ho sempre apprezzato le parti di saggistica, che credo volutamente dividessere i flussi narrativi delle interviste, ma visto che erano sempre brevi potevo farne anche a meno (e infatti alcuni li saltavo).

 

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