“Il nero visibile” di Nathan Ballingrud****

“Il nero visibile” di Nathan Ballingrud****

Faccio questa cosa, adesso. Questa cosa di aggiornare il sito. Di farlo parlando di un libro. E di farlo come facevo un tempo, con le cose intorno. Con le cose intorno che cadono dentro al parlare del libro.

Temo, mi sa, che sia proprio questo avere troppi intorni che mi impedisce di leggere e di parlare di libri. Che ne so, prendi solo le ultime ore. Quante cose intorno? Volevo rubare dei fiori, sono andato in bici per i campi, per rubare fiori, non c’erano. Non ci sono ancora. La luna era velata, ma già grossa, impegnata a crescere. E prima son passato a bere una birra, perché non ne avevo a casa, e perché volevo stare lì, da solo, con la birra e il notes, per vedere se viene qualcosa. E qualcosa è venuto. Una cosa del regalare, una specie di poesia. Quasi poesia, anzi, come capita di solito quando non ci penso. E anche un haiku, da un attimo e una fotografia vissuti una settimana fa. E sono caduti bene, le parole, cadevano bene. E poi c’era la musica, anche. Tornando, mi è capitato di riascoltare Jeff. E ho pensato che non poteva mancare in quella playlist ultima che stavo facendo. E poi da lui sono passato ai deftones e a un articolo sulla migliore tra le peggiori band. Una roba punk che conoscevo ma avevo dimenticato. E’ quasi tutta così la vita, che conosciamo ma dimentichiamo e poi ci sorprende. Ma poi, tornando a me, e tornato dalla caccia fallita ai fiori, era ora di release radar. E lo sto ascoltando ora e già dopo poche canzoni di nuovo l’intorno si è già riempito di cose. Tipo questa canzone vecchia recreated dei placebo, che mi ha fatto pensare al concerto a PN e se vale la pena andarci o meno. E poi la canzone nuova di Madame, che mi ha fatto pensare a quanto è sensuale e diversa e speciale Madame quando parla di sesso. Con quel suo dire tette con quel modo di appoggiare la voce sulle t. E poi Gonzalez. Jose Gonzalez, ricordo, assieme al primo disco di Fink, lo passai con quella cosa assurda con cui si comunicava. Messenger? Mi pare si chiamasse così. Roba da anni 90. E Gonzalez è sempre uguale a se stesso. Eppure ha sempre quella pace. E poi, ora, che ho riacceso il fuoco, sto bevendo del Borghetti. La vodka l’ho finita ed è rimasto del Borghetti. Poi non lo ricomprerò più. I black russian sono cose invernali. E sempre nel realease c’è Blanco ed Elisa. E anche qui, mi sono ricordato delle cose. E ce ne sarebbero altre, in queste ultime ore. A riassumerle in parole singole, potrei dire pellet, XCY, ItaliaIrlanda, Zucchine, lentiacontatto, catenamotosega, occhiali2,5, Fagagna, altrihaiku… E insomma. Solo poche ore, decine di cose. Ecco perché volevo mettermi qui e scrollarmele di dosso queste decine di cose, per cadere sul pensiero di un libro. 

E il libro è questo: “Il nero visibile” di Nathan Ballingrud.

Un libro piccolo e bello. Devo dire grazie a Crescizz, che a Marginalia me lo ha consigliato. Gli ho chiesto che scrive bene. E che ha idee. E questo Ballingrud, pubblicato dalla Hypnos, direi che è messo bene su entrambe le cose. Scrive bene, e a occhio mi è piaciuta anche la traduzione, che è riuscita a dargli stile. E poi c’è che nonostante la novella sia parte di un lavoro più ampio e abbia delle opacità di interpretazione.

Nel senso. Secondo me, a toglierlo dal gruppo di 6 racconti lunghi che compenevano l’opera, qualcosa ha perso. Non nella vicenda, che è lasciata comunque chiara, ma misteriosa, quanto nel senso generale di quello che Ballingrud voleva dare. L’idea di ferita, di squarcio, di apertura nella pelle umana che si trasmette a una apertura verso gli abissi dell’anima umana. Lo so, non capite un cats, così.

Allora vi dico la trama.

Will è un barista di New Orleans e a dirla senza tante menate, un maschio tossico e inutile. Ha una relazione stabile con una tipa, vuole scoparsi un’altra tipa, finisce per spaccare la prima e convincersi di amare la seconda. Si rende penoso, nella visceralità superficiale dei sentimenti. Su questo telaio, su questa meravigliosa descrizione della miserevole essenza del maschio medio umano, Ballingrud infilza l’orrore. L’orrore è fatto di scarafaggi e non c’è alla fine molta differenza tra gli scarafaggi, dominatori incontrastati, e alcuni esseri umani che popolano la vicenda. Giovanissimi, che perdono un cellulare. Sembra siano ai margini della vicenda. La storia ruota attorno al rapporto tra i 4 individui dalle relazioni complicate. Will e la sua convivente Carrie, la desiderabile troietta Alicia con il suo inutile fidanzatino Jeffrey. Alla fine, mirabile risultato, non si prova empatia per nessuno di questi quattro. E nemmeno la miccia della vicenda, il teppistello Eric che scatena una rissa già alla terza pagina e si fa squarciare la guancia da una bottiglia rotta, sembra essere alla fine un personaggio che generi pietà.

Insomma… la miseria umana, mi verrebbe da dire. Non fosse per l’orrore e il disturbante. Eh già, perché con una scrittura molto precisa, e rapida, Ballingrud riesce decisamente a esserlo. Gli scarafaggi, le ferite infette, la violazione degli spazi privati a opera di forze maligne… Sono elementi disturbanti. Mi dice crescizz che c’è pure il film, su Amazon, pure famoso. E vedrò di guardarlo, a trovare il tempo tra gli intorni di cui si diceva. Ma intanto torno a questo. Al libro. L’ho letto in treno, tornando da Milano, e l’ho letto di filato, con il gusto di ingoiarla, questa storia. Questo costeggiare l’abisso, lasciando al lettore solo l’idea di come ci si stia sprofondando, ma senza descrivere con precisione la fine, è la carta vincente della novella. Ti resta questa angoscia, questo fastidio, questa mancata redenzione per qualunque personaggio del libro, compreso il poliziotto o la povera Carrie, sperduta e abbandonata. Che altro dire… se vi piace l’horror americano fatto di sensazioni ordinarie, che sfociano nell’oscuro e nel raccapriccio, la storia fa per voi. Tenete presente che è un lavoro elegante. Se l’orrore lo preferite caciarone e sbattuto in faccia, allora no, non fa per voi.

A me è piaciuto molto. E anche l’idea che la ferita sia sia quella umana, ma anche il cellulare ritrovato, che plagia e domina le azioni di Will, è una gran bella idea. Tra l’altro, se invece che al “nero” pensate al termine orginale, filth, rende molto più l’idea. Il marcio, lo sporco, quello degli esseri umani, che non sai se sono peggiori quando decapitano persone o quando si comportano da stronzi egoisti.

Ma insomma… ho scritto pure troppo.

Ma ovviamente non ho sonno. E allora vi metto pure l’haiku e la quasi poesia.

Ah, a proposito. Non ho fatto pubblicità, ma sabato presento un libro di haiku, che non esiste, mentre gli haiku esistono. Un po’ difficile da spiegare, ma fidatevi dai, tre quarti d’ora di aperitivo al vento con la compagnia di galline e anatre. Gli aperitivi con i draghi, poi, sono sempre divertenti.

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