“La libreria dei gatti neri” di Piergiorgio Pulixi***

“La libreria dei gatti neri” di Piergiorgio Pulixi***

A fine giugno è passato a trovare il vampiro e si è presentato con questo libro.

Tiè, mi fa.

Ma no, cats, lo sai che non leggo un cats, gli dico. E poi… proprio questo, che poi mi spiace se non lo leggo.

Eh, già, proprio questo, mi ricordo che tu lo conoscevi.

E in effetti, si ricordava bene, e me lo ricordo bene Piergiorgio, ai tempi del blog, e di quando correggevo le cose alla gente. Si chiamava ancora Pulisci, e scrivevamo racconti e anche se non ricordo cosa o come o perché sono abbastanza sicuro di aver letto dei suoi racconti. Adesso so che fa un sacco di cose di scrittura e ha pubblicato un sacco di libri, mi sembra tutti nel filone thriller/noir/giallo e di solito ambientati in Sardegna. Mi sono passati per le mani, ogni tanto nelle librerie, ma non mi ero azzardato ancora a  pigliarne uno, visto la mia crisi da lettore degli ultimi anni, che ha parecchio ridotto i libri letti e fatto crescere a dismisura il cumulo di quelli non letti. E ce n’è una paccata, tra questi, di amici e compagni di scrittura di un tempo, che non sto leggendo. Insomma… se non me l’avesse regalato il vampiro non l’avrei pigliato.

E dunque… piaciuto? No, ammetto non del tutto, ma ha comunque un punto a suo favore determinante: l’ho finito, e non ci ho messo nemmeno molto. Okay che erano le ferie e sul fiume ho letto un po’ di cose, ma avere tempo non è che di solito mi basta. Quindi su questa cosa, va, uno a zero per Piergiorgio.

E allora cos’è che mi ha fatto storcere un po’ il naso, questa “La libreria dei gatti neri“? Credo, soprattutto, il fatto di essere un po’ derivativo, nel suo cercare di essere mainstream (e riuscirci, per altro). In linea di massimo il Club dei lettori del martedi, che si stringono intorno a una libreria e al suo proprietario, sono una riproposizione dei malvaldiani vecchietti del BarLume. E i personaggi, a loro modo, sono dei cliché. La ragazza dark, il vecchio galantuomo, la vecchia esagitata e soprattutto il protagonista, burbero dal passato difficile, la commessia africana irriverente e travolgente, e anche i gatti misteriosi che vivono in libreria… sono tutti personaggi che un po’ ti aspetti. Dipinti con il pennarello, mi verrebbe da dire se fossero un disegno. 

Poi, l’idea del killer e del suo modus operandi non mi dispiaceva affatto. Crudele ed emotivamente coinvolgente (far scegliere chi uccidere, tra due propri cari, con pena per la mancata scelta l’uccisione di entrambi) e si prestava, decisamente, a una soluzione un po’ più densa e credibile. Il finale, indipendente mente che lo abbiate intuito o meno, lascia poca credibilità, perché insomma… da zero a cento, in fatto di killeraggio seriale e delinquenza, non ci si arriva in pochi secondi e con motivazioni che… okay, anche qui sembravano le solite di “So quello che hai fatto”, con un passato oscuro che emergerà via via.

Altra cosa un po’ da rivedere era la tempistica del rapporto tra il protagonista, ex maestro (prof) che dopo 5 anni e un fattaccio (il solito fataccio dti salda moralità ma scarso autocontrollo) incontra un suo alunno rimasto orfano per il primo omicidio. Peccato che se son passati 5 anni l’alunno dovrebbe ben aver finito le elementari! (Ma lo avranno bocciato più volte, che ne so). Il rapporto alunno/orfano professore/indagatore è invece abbastanza interessante e ben sviluppato, mentre la storia d’amore non ricambiato tra il protagonista e la poliziotta figa… boh, è sembrato un po’ buttato lì, e non troppo necessario, in fin dei conti, anche se aggiungeva colore.

Poi che altro? Ah, sì. C’è stato qualcosa a cui ho creduto poco. Tipo che con una serie di omicidi a Casteddu si sia riusciti a far tacere il mondo, per l’indagine. Seeee… e che, non ce li aveve dei parenti sta gente? E i giornalisti? E le procure con la lingua lunga? E con un serial killer che ammazza a destra e a manca non lo diciamo alla gente di stare un po’ attenti? Insomma… forse si è voluto un po’ esagerare, con il killer e anche con il modo in cui sono dipinti i poliziotti, che non arrivano alle conclusioni più elementari, e devono ricorrere ai lettori di gialli della libreria.

Tra le cose riuscite, invece, il personaggio e le relazioni che intrattiene la fondatrice del club, purtroppo in rapido sprofondare nella demenza senile e che, con il vincere della malattia, regala pathos e sofferenza, pur condite da qualche sguardo ironico. E riuscita è anche l’idea, di ritenere che la lettura di innumerevoli gialli possa portare a individuare schemi e regolarità di un omicidio. Un po’ come dire che se guardi infinite partite di pallone vedi tutte le azioni possibili e quindi, a un certo punto, sai come une determinata azione andrà a finire. Not bad!

E direi che la chiudo qui, la chiacchierata. Da un lato è stato un piacere leggere finalmente Piergiorgio, dall’altro ho avuto la sensazione (ed è il motivo per chi cerco di evitare questo filone) che ormai si stia scrivendo avvicinandosi sempre di più a una sceneggiatura da serie TV, cercando schemi e personaggi che abbiamo già visto perché funzionano in TV (o aggiunte ininfluenti e di colore come la clessidra lasciata sul luogo del delitto). L’idea di creare un personaggio seriale indagatore non poliziotto da poter rivendere a ogni puntata, insomma… non so, acnhe basta. Ogni tanto vorrei che la letteratura cercasse altre strade, altre vie, lontane dall’impatto televisivo, fosse un killer che vomita e entra in paranoia per il dispiacere e non uccide più o una poliziotta che è un cesso e il protagonista se ne disamora perché ha la personalità di una papaya marcia. Ma questi, comunque, sono problemi miei. 🙂

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