“Il re dei mostri” di Loredana Lipperini**(*)
Non ci metterò molto, a dirvi due parole su questo libro. L’ho letto. E si sa, leggo ogni tanto dei libri per ragazzi. Mi piacciono. Sono difficili. Ma ti possono dare grandi soddisfazioni. Ho un debole, e chi non ce l’ha, per le edizioni della Salani, quelle coi disegni. Ci sono cose meravigliose, lì dentro, e sono anche belli da vedere e smanettare, soprattutto quelli con la copertina rigida. Dahl rules, lo sappiamo, (questo, questo, questo e questo per dirne alcuni), ma poi ci sono piccole meraviglie come Giono o i Milne di Winnie– Insomma… è un mondo che fa campionato a sé.
Quando sono stressato e non leggo, un libro per ragazzi della Salani fa sempre bene. Però li ho finiti quasi tutti e molti li ho letti da piccolo, e se li ricomprassi sarebbe solo questione di possesso. Ecco perché un mesetto fa, in libreria, andato per spendere un buono, dopo aver comprato una grafic novel che da tempo, e un libro illustrato delle divina commedia, mi sono preso questo.
Perché…
Be’, ero curioso di leggere la Lipperini che scrive per ragazzi. Per chi viene dal fandom degli horror e dei fantasy e dei blog, e delle recensioni e delle guerre contro gli EAP, diciamo che la Lipperini è una istituzione. La si conosce da tempi precedenti a quelli in cui è una persona nota. Quindi ero curioso.
E vabbè, la faccio corta: non mi ha soddisfatto.
C’è soprattutto un motivo editoriale, che mi ha infastidito. Questo è una sorta di sequel. Autonomo e autoconclusivo finché vuoi, ma non prescinde da un libro precedente di cui non sapevo l’esistenza. Il Senzacoda. Ecco… se nella quarta, o nelle alette, o da qualche cats di parte me lo avressero scritto… ecco, avrei comprato quello. Ma non l’hanno scritto. E lo hanno fatto di proposito. Ho cercato e riletto, se vi fosse modo di capire, per chi ne ignorava l’esistenza, che “Il re dei mostri – La grande battaglia del senzacoda” fosse legatissimo al libro precedente, ma no. Non lo si dice.
La storia è classica. Un romanzo di formazione, dedicato al passaggio chiave scuola elementare scuola media, alle amicizie fra bambini, alle prime difficoltà nelle relazioni nuove, e okay. Nulla di nuovo. Si segue però la storia di Arianna, una bambina che aveva paura, e infatti il romanzo precedente era sempre di formazione ma sulla classica paura dello sconosciuto dei bambini e sui modi per vincerla.
I protagonisti, va detto, sono i gatti. I gatti di Ulthar, soprattutto, ma non chiedeteme cos’è dov’è e cosa vuol dire Ulthar perché… era nel libro precedente! E insomma. Chiaro che i richiami fanno capire tutto lo stesso. E chiaro che lo puoi leggere e capire anche senza aver letto il precedente. Ma te lo godi di meno. A me, questa scelta editoriale di renderlo autonomo a tutti i costi e soprattutto non dirlo non è piaciuta per nulla. Anzi, mi sono parecchio infastidito. Ripeto… averi comprato il precedente, oltre a questo.
E se non mi credete andate a leggere la presentazione, tipo.
Comunque… passiamo al libro, dai. Tra l’altro l’ho già regalato ad Athena e non ce l’ho più nemmeno a portata di mano. Ma l’ho finito una settimana fa e me lo ricordo bene. Si legge in una giornata di fiume in cui vai sul Vedronza in bicicletta a rischiare l’infarto e a farti pungere dai tafani.
Dunque. Comincia in media res. Un gatto tosto viene rinchiuso in un garage dal Senzacoda, con l’inganno, anzi, l’ingatto, in questo caso. Perché? Perché stanno per succedere cose. Cose che tornano dal passato. Il gatti, si sa, viaggiano tra le dimensioni, su questo nessuno ha dubbi. E un gruppo di bambine ha con loro un rapporto particolare. Soprattutto Arianna, che sogna i mostri. Mostri che solo i gatti di Ulthar possono combattere. Si fa spesso riferimento alla battaglia precedente, a fatti successi prima, e in effetti, una delle quattro amiche di arianna è già morta e reincarnata, un’altra fa la pugile e ha già fatto cose… insomma. I personaggi, per quanto presentati, sono molto affidati al loro passato.
Il nuovo step delle bambine a scuola coincide con questa nuova minaccia che viene dal mondo dei mostri e che ovviamente, in una avventura corale goonies-style, tra gatti parlanti, gatti samurai, cattivi poco cattivi, rapimenti e uscite notturne si arriva prestissimo alla felice conclusione con mini ribaltamento del quasi cattivo e dei fatti del passato. Tutto bene, ovviamente, è questo che si vuole dare ai bambini. Però…
Eh, magari un po’ più di chiaroscuri, forse, si potevano mettere.
Il son tutti buoni, alla fine, mi ha lasciato un po’ freddo e l’avventura forse avrebbe meritato qualche momento di tensione in più o anche, perché no, qualche pagina in più per la fase finale, scontro epico che si risolve in poche battute. La coda – alla faccia del senza coda – c’è, ma non si riesce granché a goderne essendo i caratteri dei due gatti protagonisti (lieto fine, ovviamente) riportati con poche battute dal libro passato.
Diciamo pure che no, non mi procurerò il prequel. E nemmeno un sequel, se come immagino, arriverà per una storia di formazione con l’adolescenza (anche se è sicuramente la fase dove il mondo realte si scontrerebbe di brutto con eventi fantastici come questi)