Chiocciola e lumaca

Chiocciola e lumaca

La differenza tra chiocciola e lumaca, in italiano, la impari da piccola.
Talmente piccola da non ricordare nemmeno il primo rimorso provato, dopo aver calpestato una chiocciolina, sul sentiero che portava agli orti, a casa dei nonni, dove di nascosto andavi a rubar fragole.
E altrettanto piccola da non ricordare la bava vischiosa della prima lumaca afferrata con le dita, senza accorgermene, dall’aiuola dell’insalata, nascosta sotto una foglia ancora lucida di rugiada, e subito gettata via con una smorfia di raccapriccio.
È da quella volta che per le chiocciole provi affetto, ti piacciono, cerchi di non calpestarle, mentre le lumache ti infastidiscono, e se si salvano è solo perché ti fa schifo schiacciarle. Se poi sono arancioni… qualcuno ti ha persino raccontato che quelle sono malvagie, perché divorano le chiocciole.
Sei dovuta invecchiare parecchio per scoprire che non c’è nulla di vero.
A scuola, poi, la forbice si allarga.
La maestra narra del meraviglioso portarsi dietro la propria casa, della scia luminosa di sole lasciata alle spalle, e nelle pagine del sussidiario c’è sempre un disegno di una chiocciola, graziosa, con i suoi occhietti meravigliati in cima ai piccoli corni, inseguita da una coda di chioccioline. Delle lumache, invece, non ne parla più nessuno. Se ti va di culo, alle superiori, qualche professore di scienze sottolinea la loro abilità nell’annientare gli ortaggi, anche se è molto più probabile che siano i tuoi compagni, a ginnastica, a concederti lo scherno di quell’appellativo.
E così cresci, sulle punte di quella forbice.
Cercando di essere chiocciola, ma assomigliando sempre più spesso a una lumaca.
Dal momento in cui un seno acerbo giunge a spingere lontano le magliette a quando sottolineano i tuoi chili di troppo, sui fianchi, ingiustificati, visto che figli non ne hai mai avuti, e ormai… anche i trenta cominciano a rimanere indietro.
Non sarebbe ora, ti dicono senza dirtelo, a ogni scia di lumaca che ti lasci alle spalle.
Di dimagrire, di tagliarsi i capelli, di trovarsi un uomo, di fare un bambino, di mollare quel lavoro precario, di mettere la testa a posto, di comprar casa, di caricarsi sulla schiena, insomma, un guscio e di viverci dentro.
Non lo dicono, ma lo dicono: non sarebbe ora… di farti chiocciola.
E nonostante tu non ci dia troppo peso, un guscio invisibile di sensi di colpa schiaccia la tua schiena nuda di lumaca.
Succede fino al giorno in cui stai camminando per il borgo, nella solitudine del limitare tra buio e luce. Ti era venuta voglia di osservare la notte che si scioglie nell’alba e così non hai dormito. Ma invece vedi loro.
Chiocciole e lumache. Chiocciole e lumache e le loro scie sul cemento.
C’è scritto qualcosa, in questo scintillio. Qualcosa che adesso, con gli occhi cisposi e i capelli spettinati, hai finalmente imparato a leggere. Perché hai compreso che in questo discorso, le lumache sono le virgole, le chiocciole i punti.
E per leggere la vita servono entrambi.
In un attimo intuisci ciò per anni non hai accettato.
Intuisci che sei fatta di virgole.
La tua scia è fatta di notti, di donne, di arte, di lavoro, di stelle, di storie che non necessitano di punto alcuno, ma procedono libere e leggere.
Intuisci che tu non hai bisogno di un guscio.
Sei fatta per vivere con la schiena nuda, sotto le stelle della Via Lattea.
Intuisci che sei una lumaca, e non hai nulla, ma proprio nulla di cui vergognarti.

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