"Camera d'albergo" di Colette***
Si issò fuori del bustino, passando energicamente le mani sulla vita. È un gesto che le donne hanno ritrovato nel 1939. La signora Haume indossava un vestito leggero, bianco a righine blu, con un nastro di grossagrana alla cintura. L’orlo della gonna sfiorava la ghiaia. Era perciò quello che si chiamava un vestito corto. Si pettinava come la maggior parte delle donne di quel tempo, che ancora non si tagliavano i capelli, ma tenevano la nuca scoperta e increspata, con i capelli riuniti in alto e spinti in avanti come un’onda sulla fronte. Pettinatura graziosa, che avvolgeva bene la testa e consentiva variazioni personali. Un copripettine di un azzurro nontiscordardimé sollevava, da dietro, la falda del cappello.Un donna che si preoccupa della moda somiglia a tante donne. Un po’ arrossata, forse per il vestito stretto, con gli occhi spalancati, la bocca piccola e pronunciata, la signora Haume ricordava la Salvator, il cili ritratto dipinto da Boldini si trova al museo del Luxembourg. Anche Helleu ha disegnato, assottigliandole, varie signore Haume. Su questa, una borsetta di maglie dorate, una catenina di platino al collo e alcuni diamantini completavano – sto dimenticando le scarpe gialle, appuntite – un abbigliamento da località termale, la cui foggia si sbaglie-rebbe molto a credere che possa scomparire. Ci saranno sempre donne che per principio si daranno da fare per soffrire il caldo d’estate, il freddo d’inverno, e la congestione facciale dopo un pranzo. Come “ci sarà sempre, da qualche parte del mondo, un teatro che rappresenterà Carmen, così ci sarà una donna pronta a dire: «Non mi corico mai durante la digestione. Le scarpe? Macché, non mi vanno strette, ho un piede che si scioglie…».
Emblematico, secondo me, il personaggio (?) della gatta di Colette, altrettanto snob.
Sentite, vi cerco un pezzetto, che è molto carino. Proprio quello dove ci presenta la gatta. A me, le descrizioni della gatta, sono piaciute molto, ma la sua presentazione è forse la migliore:
Lasciando Lucette, maledii la mia pusillanimità, che mi guardo bene dal confondere con lo spirito di avventura. Chi diavolo ha cercato di persuadermi che sono dotata di un istinto avventuroso? Tutt’al più so dire all’avventura un «sì» precipitoso che crede di comprare la tranquillità. Ancora una volta avevo detto «sì», per avere un po’ di tranquillità. E anche a causa della mia gatta, che mi sembrava carente di ossigeno dopo un lungo anno* di appartamento. Era una gatta striata, raccolta in campagna dove la miseria degli animali è grande. Dapprima selvatica, pronta ad arrampicarsi sui muri se la rinchiudevo, aveva poi acquistato fiducia e coraggio, fino a d
iventare la Regina delle Gatte – o almeno credeva di esserlo. Prendeva l’ascensore, mangiava nei caffè, saliva in tassi e viaggiava in treno come una persona, mettendo in mostra un muso freddo e stupendo, classicamente screziato, e un paio di occhi verdi di un bagliore sovrannaturale. Un giorno che la rimproveravo, mi saltò alla faccia, senza mostrare troppo gli artigli, ma per una questione di principio e per il protocollo. Sulle loro prerogative, poche gatte sono disposte a transigere. Sono invece i maschi che discutono e si umiliano, a patto che facciamo finta di prendere sul serio le loro chiacchiere, inni guerrieri, battiti di coda e altre parate di pura intimidazione.
La striata si chiamò inizialmente Péronnelle, poi Prrrou. Sono nomi che troverete nelle pagine dei miei vecchi romanzi. Ma quei nomi le si sfilacciarono addosso come vestiti di cattiva qualità. Diventò una gatta fuori serie, e si sa che le gatte con un carattere forte non hanno bisogno di un nome. Si chiamò: «Vieni!». Si chiamò: «Ma dove sei?». Si chiamò: «Su, presto!», e non menziono i nomi di fantasia, di entusiasmo o d’intimità come: «Luce dei Versanti, Striata al limite della Striatura, Uccello Gatta, ecc.». Nessuno ha mai fatto troppo scalpore intorno a essa, e nemmeno io. Non ha ricevuto visite di giornalisti, né ha concesso interviste. Abbiamo vissuto insieme. Quando ho dovuto affidarla a mia madre, durante una lunga assenza, la gatta striata ebbe l’idea di morire, e morì. Se ne parlo in questo racconto, non è per darle un posto di spicco. Ma era presente, quando mi accaddero queste cose…

gigi
Dopo aver letto il tuo post mi sono ricordata di possedere un librino della Sellerio che mi avevano regalato tanto tempo fa.
La Gatta di Colette, 1933. Mai letto, ma adesso lo leggerò e ti saprò dire.
(la mia gatta si chiama Joy, ma volevo chiamala Prozac).
gelo stellato
Joy è bello, ma prozac era bello anche più. Leggi la bio, della Colette, era una figa, e non parlo di scrivere.
Comunque sì, la gatta dev'essere stata tra i meglio riusciti, perché è citata qua e là 🙂