"Mare al mattino" di Margaret Mazzantini****
Una mano raccoglie i soldi sulla spiaggia. Un altro uomo con il turbante, ma vestito da città. Una giacca chiara, sudata sul collo, sulle spalle. L’uomo grasso urla. La bottiglia di pepsi-cola si agita sul suo ventre molle. Devono sbrigarsi, sono allo scoperto. Anche se la situazione è sotto controllo. I pretoriani lealisti hanno l’ordine di lasciar partire i barconi. Adesso il rais vuole che il Mediterraneo si riempia di miserabili per far tremare l’Europa. È l’arma migliore che ha. La carne marcia dei poveri. È dinamite. Fa scoppiare i centri d’accoglienza, le ipocrisie dei governanti.
Poco più avanti la vediamo nell’altro senso, da parte di Vito, con sua madre, e qui il senso degli incroci, che era un tripolina, una italiana cacciata dalla Libia, che non è di là e non è di qua.
Vito guarda i detriti, i pezzi di barche e il resto vomitati sulla spiaggia che pare una discarica marina. Dall’altra parte del mare c’è la guerra. E stata un’estate tragica per l’isola. La solita tragedia, quest’anno di più. Vito c’è andato poco in paese. Ha visto il centro d’accoglienza scoppiare, puzzare come uno zoo. Ha visto le file di quei poveracci davanti alla cucina nella tenda, le cabine di plastica dei cessi. Ha visto i campi di notte seminati di teli argentati. Ha visto Tindara, la loro vicina di casa, urlare e quasi morire dallo spavento perché un tunisino le si era infilato in casa a rubare. Ha visto i ragazzi che conosceva da bambino e adesso nemmeno saluta preparare pentoloni di couscous per il pranzo arabo dei disperati.
Guarda l’avanzo di una barca, una fiancata a strisce azzurra e verde, una stella e una luna arabe. Non ha mangiato nemmeno una fetta di tonno quest’estate, nemmeno una mupa. Solo uova e spaghetti. Non gli piace pensare a cosa mangiano i pesci.
Lo ha sognato una notte, un fondale buio e un banco di pesci infilati in una testa umana come in una grotta di anemoni fluttuanti.
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Ah, la copertina non mi piace.
