Sincerità, nel vortice famelico di coccodrilli magri
E forse ne avrei scritto ugualmente, qualcosa, da gettare nel vortice famelico dei coccodrilli, invero piuttosto magri e scarni, per questo scrittore che, ovvio, tutti ricorderanno per F-451, ma probabilmente non so per quanto altro. E così, insomma, soprattutto, devo dire, dopo queste due frasi, mi va di scrivere qualcosa su Ray, per ricordarmelo, senza nessuna malinconia, ma per una motivazione del tutto personale.
Tra l’altro, di Ray, almeno su questo blog, ho due visioni, il bradbury con le idee, con una sorta di grazia ed eleganza (di Fahrenheit, certo, ma per soprattutto delle cronache), e il bradbury minore, che ha scritto vaccate tipo l’albero di halloween o addio all’estate.
Il prossimo suo libro che vorrei leggere è Il popolo dell’autunno, ovviamente dopo quei 100 e passa libri sullo scaffale che non sto leggendo… e in ogni caso, benché io non sia proprio un patito della fantascienza, mi piacerebbe leggere qualche cosa delle sue di quelle lì.
Comunque, torniamo a noi. Ricordo che cominciai Fahrenheit, qualche anno fa, una notte in una stanza per studenti universitari a Novedrate, forse post-serata Massimo, all’epoca in cui eravamo gli unici a fare le notti comasche o milanesi anche se l’indomani c’erano le riunioni. Ricordo che all’inizio non mi piacque, intendo la scrittura; la trovavo farraginosa, non so… poi però l’idea era qualcosa che atterriva. Bruciare i libri è un simbolo di una potenza poco misurabile e tutto questo, alla fine, ti colpiva. Dopo l’ultima pagina, ho pensato, magari non è che posso dire mi sia piaciuto del tutto, questo libro, ma è qualcosa che fa paura, che mette in guardia, e sono dell’idea che se qualcuno è in grado di metterci in guardia, di mostrarci la via, di anticipare quello che poi accadrà (e il web, carissimi, non fa nient’altro che bruciare libri, ogni giorno) perché noi, che non abbiamo questo dono, possiamo trovare il modo di difenderci, ecco, per questi personaggi meritano stima, rispetto e attenzione. E meritano di vedersi diffusi.
Ylla
Avevano una casa a colonne di cristallo sul pianeta Marte ai margini di un mare vuoto, e ogni mattina si poteva vedere la signora K mangiare i frutti d’oro che crescevano sulle pareti di cristallo, o ripulire la casa con manate di polvere magnetica, che, assorbita ogni sporcizia, si dissolveva sulle calde ali del vento. Nel pomeriggio, quando il mare fossile era caldo e immobile, e le viti stavano irrigidite nell’orto e la lontana cittadina marziana, bianca e ossuta come un teschio, se ne stava tutta chiusa in sé, e nessuno usciva di casa, si poteva vedere lo stesso signor K nella sua camera, intento a leggere un libro metallico dai geroglifici in rilievo, su cui egli passava la mano leggera, come chi suoni un’arpa. E dal libro, a ogni tocco delle dita, si levava una voce, voce dolce e antica, a cantar di quando il mare era come una nube rossa di vapore sulla spiaggia e uomini antichi avevano portato nugoli d’insetti metallici e di ragni elettrici in battaglia.
I coniugi K vivevano da vent’anni presso il mare estinto e i loro avi avevano vissuto nella stessa casa, che girava su se stessa, seguendo il sole, come il fiore, da dieci secoli.
I coniugi K non erano vecchi. Avevano la pelle ambrata dei veri marziani, gli occhi come gialle monete, le voci molli e armoniose. Un tempo avevano amato dipingere quadri a fuoco chimico, fare il bagno nei canali nella stagione in cui le viti li colmano di verdi linfe e chiacchierare all’alba da solo a sola presso gli azzurri ritratti fosforescenti nel parlatorio.
Non erano più felici ora.
Quella mattina la signora K stava fra le colonne, porgendo l’orecchio alla calura del deserto sabbioso la quale, disciolta come cera giallastra, sembrava trascorrere sull’orizzonte lontano.
Qualcosa stava per accadere.
Attese.
Spiò l’azzurro ciclo di Marte come se potesse da un momento all’altro raggrumarsi, stringersi in se stesso, contrarsi ed infine espellere un prodigio di luce, lasciandolo cadere sulla sabbia.
Non accadeva nulla.
Stanca di attendere, si pose a camminare negli intercolumnii vaporosi. Una pioggia lieve zampillò dai capitelli, a sommo delle colonne, rinfrescando l’aria calcinata, accarezzando dolcemente la sua persona. Nelle giornate più calde era come camminare in un ruscello. Il pavimento della casa scintillava di freschissimi rivoli. In distanza, udì il marito suonare il suo libro senza posa, con dita che non si stancavano mai delle antiche canzoni. Con serena malinconia sperò che un giorno egli potesse ancora passare tanto tempo a stringerla e ad accarezzarla come una piccola arpa, quanto ne passava coi suoi incredibili libri.
Ma no. Scosse il capo, una crollatina impercettibile, indulgente. Le palpebre sì posarono lievi a socchiudersi sulle pupille d’oro. Il matrimonio rendeva le persone riflessive e familiari, anche se ancora giovani.
Si abbandonò in una poltrona ch’era scivolata ad accogliere la sua forma mentr’ella camminava ancora. E chiuse gli occhi strettamente, con ansia.
Il sogno.
Le sue dita ambrate fremettero, si alzarono, annaspando l’aria. Un istante dopo, scattava a sedere, sconvolta, ansimante.
Si guardò rapida intorno, come aspettandosi di vedere qualcuno in quei pressi. Parve delusa; lo spazio tra le colonne era vuoto.
E’ tutto. Lo so, non è un grande omaggio, forse. Ma è sincero. Dopo aver riletto queste righe, mi sembra quasi di poter dire: Felice d’averti conosciuto, Ray.
Nick
Un omaggio sincero, te lo dico, per me che ho idolatrato Fahrenheit é stato un brutto colpo.
gigi
Grazie! Ho trovato un vecchio Cronache Marziane e l'ho riletto qualche anno fa, proprio poco prima che tu lo recensissi.
Speriamo che il futuro smentisca il vecchio detto: son sempre i migliori che se ne vanno. 😉
Anonymous
Tra due colonne l'immagine di un volto e oliandosi le sfere un tizio smentì la terza voce: "… …… . …….. … .. .. ….."