Perché gelostellato?

Perché gelostellato?

Non chiedetemi le contortissime motivazioni che mi spingono a scrivere questo post ora, nel 2023, dopo decenni che gelostellato è il mio nick, il nome dei miei blog, dei miei profili social, dei miei indirizzi mail e di innumerevoli nomi utenti di salcats quali diavolo di siti e e profili. E di questo sito, ovviamente. Che poi, uno potrebbe pensare che ci sia poco da dire, e in effetti, quando me lo chiedono, ci metto poco, a spiegare cosa vuol dire gelostellato. Ma non è proprio così… è un po’ lunga. Quindi cominciamo dall’inizio.

L’inizio è quando ho scoperto gli haiku. Che anno era? Boh… gli anni dell’università, della curiosità, di quando si scopriva una cosa e ci si tuffava mani e piedi. Non saprei dire che anno, ma posso ricercare e trovare una qualche indicazione di massima. “gelo stellato” è infatti il primo verso di uno haiku. Ricordo bene la notte invernale in cui. Non intendo che ricordo il giorno o che. Intendo solo la notte, il tipo di notte. Uscivo in strada, nel cortile, in giardino, nelle pause di chissà cosa, o anche in giro qua e là, campi-prati-cimiteri-parcheggi… e mi piaceva guardare le stelle, sempre, e quella notte erano, come sono nelle notti invernali, chiarissime, nitide per il freddo, e faceva in effetti freddo, quella volta là. Erano i tempi in cui avevo costruito il concetto che le stelle invernali sono più belle di quelle estive. Non c’è un fondamento logico, ma solo soggettivo. Il freddo che rende le notti più chiare e il fatto di potere stare fuori poco, a guardare le stelle, le rendono più belle, nei mesi invernali. La legge della scarsità, insomma. Mi stavo trasformando da keynesiano a neoclassico, all’epoca, ricordo. Così è venuto quel primo verso, da cinque sillabe.

Era un verso che sembrava quasi un calembour, ma non lo era. I giochi di parole, negli haiku, sono lammerda, vanno eliminati, e questo che richiamava il cielo-gelo, era al limite. Ma però era proprio figlio di quel momento, di quella stagione, di quel mio guardare naso all’aria le stelle e pensare, rabbrividendo, “gelo stellato”. Serviva proprio quell’accostamento, pur vicino al trick. Anche perché all’epoca mi piaceva uscire in giardino seminudo (okay, anche ora) e sentire il freddo addosso, che ti sveglia e ti tiene vivo. Insomma… era quasi ossimorico, quell’accostamento.. Non so se lo fate anche voi, di godere del gelo, come se vi facesse brillare. Io sì. Insomma… nacque quel verso là.

gelo stellato

E ovviamente tentai di finire lo haiku. Dico tentai, perché non ci riuscii. E se non ci riesci subito, con gli haiku, è meglio lasciar stare. O meglio, devi riuscire a fissare il momento, non tanto le parole. Quelle poi le puoi cambiare, modificare, ricercare, migliorare. Tra l’altro, gelo stellato, è un verso di 5 sillabe sia in senso letterale, della divisione sillabica, sia in senso melodico, perché c’è l’accento sulla à di stellato e quindi ti evita gli idioti che vengono a dirti che non sai dividere in sillabe e che scrivi gli haiku sbagliati. Che poi, io preferisco la suddivisione melodica, che ne so, tipo l’ultimo che ho scritto “luna cenere” lo vivo un po’ male, perché magari per voi sono cinque sillabe, ma per me sono solo quattro, cénere, e non cenére, ma siccome non è obbligatorio, che sia uno haiku “minore” me lo tengo per me. Fatto sta che gelo stellato era un verso rotondo, senza spigoli, bello. Talmente bello che non giunse a conclusione. Il kigo era chiarissimo (gelo) ma il significato che volevo dare, il senso della meraviglia, lo yugen, non arrivava. E non è arrivato. Questo haiku rimase indeterminato… nella mia onestà intellettuale.

Dico nella mia integrità intellettuale perché poi, io, quello haiku l’ho scritto, ma ricordo che non ho trovato di meglio che ripetere il primo verso nel terzo. Per secondo non mi ricordo, ma so che avevo vinto un premio ed era finito in un’antologia di haiku, e ora la vado a cercare e vedo più o meno l’anno e ve lo dico. Okay… era verso il 2000. Quindi l’ho scritto prima, forse 1999 toh. Credo il testo fosse, ma potrei sbagliarmi, “gelo stellato/ lungo l’intera notte/ gelo stellato“. Nammerd. Vabbè… ma resta che quel verso è rimasto monco e solitario. Così, visto che era l’epoca in cui è arrivato internet per tutti e le caselle di posta gratis ecco che, nel momento in cui ero chiamato a scegliere la mail, forse su consiglio di qualcuno (Mariacristina? boh…) ho scelto gelostellato.

Così gelostellato è stato @libero, @infinito @unsaccodialtrecose e ora @gmail. Ma è diventato anche il nick nei miei forum e gare di scrittura, come su scheletri e la tela nera, dove gelo è diventato spesso “quello stronzo di gelo” ma anche quello che “sono capitato nel girone con gelo, quindi gioco per il secondo posto”. Ricordo ancora, ai tempi di Edizioni XII, quando gelo era il curatore della collana Pigmei e riceveva qualche decina di mail al giorno in cui tutti esordivano con “Ciao gelo,” dicevo, ricordo l’intervista a qualche sperduta TV locale del Valsecchi quando elencava i collaboratori della casa editrice per nome e arrivato a me si rese conto di non saperlo – o comunque di non saperlo abbastanza da ricordarselo – e quindi dovette aggiungere ai vari Tizio Rossi, Caio Verdi, Sempronio Neri e… e… e… Gelo Stellato. E noi tutti giù a ridere, per questa cosa diventata leggendaria.

Altra cosa, che ogni tanto correggo ancora, è che gelostellato si scrive tutto minuscolo. Non è una sciccaria, madamamente parlando, ma una cosa che discende dalla sua natura di haiku, e quindi diverso dalla poesia. Nel mio sito, da sempre, le quasi poesie cominciano con la lettera maiuscola e non con la minuscola. Ogni verso, intendo, a inizio riga, sempre maiuscola. E questo proprio perché essendo poesie, hanno bisogno di difendersi con una lettera maiuscola. Sono versi e sono deboli, teneri. Mentre gli haiku sono un’altra cosa, sono momenti, devono lasciarsi cogliere, attraversare, e quindi tutto dev’essere minuscolo. Ah, e ovviamente gelostellato è tutto attaccato. Okay… è vero che io stesso, nei form da riempire, quando chiedono nome e cognome, scrivo gelo stellato, staccati. E ricordo ancora i primi tempi sui social quando qualcuno di cognome “Stellato” (abbastanza diffuso a Malta, tra l’altro) mi scriveva per chiedermi se davvero di nome facessi “gelo” e io ovviamente dicevo sì, e quest* “Wow che figata” e mi sa che qualcuno ci avrà chiamato anche il figlio, gelo.

Poi… se invece c’è una cosa a cui non vi rispondo, è cosa significa gelostellato. Nel senso. Vi ho già risposto prima, in breve, con la cosa delle stelle gelate migliori di quelle calde, ma ci sarebbe molto di più da dire e non fa per me. L’ultima volta che una persona  – Margherita, lo ricordo – mi chiese di spiegarle una poesia che le avevo mandato, le risposi via mail, ci persi 4 o 5 ore per un muro di testo da sbatterci il mouse e le dissi, ricordo altrettanto bene, “Mai più”, e le dissi anche di conservare questa mail se le venisse in mente di nuovo di chiedermi di spiegare una quasi poesia e anche come esempio da mandarmi se io glielo avessi richiesto per ricordare a me stesso perché non spiego le poesie. Vi posso fare un esempio, solo per farvi capire, pur senza ricostruire cose. Un esempio con “luna cenere” il verso di prima, che ho usato anche per una quasi poesia. Ecco… ero in bicicletta, di notte, tipo alle due, la luna era di lato, era grande, due giorni prima della super luna, e pedalavo, senza musica, senza fanali, e c’era l’ombra, e ho visto quanto era bella ques’ombra che pedalava sui fossi, sulle porche, sull’asfalto, sulle sue macchie. Ho pensato che era l’ombra della luna, ma poi ho pensato che non era vero. La luna era il chiarore intorno, e mi son voltato a guardarla, quella luna. Era bianca ma non bianca. Era bionda, e ho pensato a quando compro la tinta per capelli scrausa a mia madre, che le leggo, e leggo sempre biondo-cenere, e biondo cenere non ha senso, per me, ma evidentemente per i capelli e per chi li definisce lo ha. E allora è arrivata luna cenere.

E da lì ho pensato che era un concetto ottimo, era davvero quella, la luna bionda, che si specchiava. Ed era un’ombra chiara, grigia, comunque. E non “luna di cenere” ché cambiava tutto. Ci ho pensato, a luna di cenere, era comunque un bel verso. Ma mentre pensavo, pedalando, luna cenere, ho pensato alle sillabe, quattro, mi son detto. Ma cenere, con la sua monovocale, e l’accento distante, che toglie una sillaba, era perfetta. u-a-e-e-e. Non potevo cambiarla. E nemmeno invertirla. Doveva rimanere così. Allora ho pensato a un altra parola con la tripla e. Ed è venuta “ténere”, ma sarebbero dovute diventare lune, “lune tenere”, u-e-e-e, il che aveva anche senso, visto che erano lune di quei giorni e tenera era la loro luce, le ombre. La luna piena era venerdì notte, e io pedalavo mercoledì. Insomma no, sono tornato a Luna cenere. E poi, da lì, ho pensato allo haiku, e mi è venuto. Il concetto lo avevo. Ci ho pensato cercando le parole, la cesura, dal primo agli altri due versi. Un ribaltamento che avevo appena vissuto. La mia ombra, grazie alla luna cenere, luna bionda e ombra chiara, pedalava sui fossi, sulle asperità. Io non posso pedalare sui fossi, ma la mia ombra può. Insomma… Me lo sono ripetuto un po’. Ecco. Ora io non mi posso ricordare in questo modo tutti i ragionamenti che ho fatto più di vent’anni addietro per il verso “gelo stellato”, ma sappiate che erano estremamente simili a questo, con la differenza che non sono riusciti a svilupparsi, a trovare chi li seguiva.

Direi che è tutto. gelostellato è questo. E so che è una domanda che non mi avete fatto, ma io le cose le scrivo soprattutto per me. Per ricordarmi chi sono, da dove vengo. E in questo caso, il chi sono, da dove vengo, era particolarmente vero. Nei nostri nomi, nei nomi che ci diamo, c’è il nostro passato e i nostri futuri.

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