“Black Paradox” di Junji Ito****
Un paio di settimane fa sono stato a Milano, a Marginalia. Di Marginalia non me ne frega granché, ma ci sono andato per rivedere gente, che da troppo non. E assieme a questa gente che da troppo non, ne ho rivista anche altra. Gente che mai avevo. E devo dire, che forse dopo tanto, è stato bello.
Che per me sia bello vedere gente, fa già ridere così. Ma lo è stato.
Anyway, non era proprio di questo che volevo parlare, ma questa cosa di Milano c’entrava. C’entrava e c’entra con le prossime letture, alcune già passate, di cui leggerete qua (come questa, che è stata la prima). E forse chissà, c’entrerà anche con le prossime scritture. Eh, sì, perché vagamente, ma con una certa insistenza, forse mi è tornata voglia di scrivere. Dopo tre anni, quasi tre anni. Mi è tornata assieme ai pensieri di morte. Le due cose sono quasi sempre state collegate. E dicevo di Milano. Cosa ha a che fare Milano con tutto questo.
Tanto per cominciare che ho buttato giù dei titoli. Titoli di capitoli. Capitoli di questo libro che nella mia testa è già stato scritto. Ricordo ancora quando l’ho pensato. Chiesa di San Francesco, sconsacrata, di Udine, durante una conferenza, mentre parlava un ingegnere informatico. Ero seduto vicino a Silvia, di cui ricordo persino il cognome. Pensa te. Non succede spesso con gli studenti. Gliel’ho pure detta, lì per lì, l’idea che mi era venuta. Poi è maturata un po’ e poi non ci ho pensato più. E due settimana fa, in treno, con un blocco nuovo dalle pagine bianche e una matita, è tornata come un bacherozzo dopo il bozzo, che ti esce farfalla, ma brutta e grezza. E poi, siccome le farfalle di scrittura le schiaccio, probabilmente avrei schiacciato pure questa, ma invece no. Sono tornato da Milano dopo aver rivisto la gente, felice di aver rivisto la gente, e non era morta. E voi direte: “Ma bioparco di un bioparco, che cats c’entra con il libro di Junji Ito?!!?”
Eh… ci arrivo.
Dunque. Quando vado a Milano, di solito per la fobia di perdere un Italo, arrivo sempre prima in stazione. E passo il tempo in Feltrinelli. La Feltrinelli della Centrale è enorme e io volo nello scaffale dei manga e comincio a prendere in mano tutti i Junji Ito finché ne trovo uno che non ho mai letto. E lo compro. E poi lo leggo in treno, mentre torno. Spesso, quando arrivo a Udine, l’ho già finito.
Questa volta invece no. Non sono entrato in Feltrinelli. Me ne sono stato seduto fuori a guardare gli spaccini e prendere pokemon, ignorando l’impulso Junji Ito, che è droga abbastanza potente. E mi è un po’ dispiaciuto, ma non potevo, perché avevo già la borsa piena di libri e durante il viaggio mi son letto Ballingrud ed è stato anche lui qualcosa che mi ha impedito di schiacciare la farfalla.
E allora, brutto coione, perché ci stai parlando di un nuovo Junji Ito?
Eh, già, fate bene a chiederlo. Perché succede che venere e sabato sono stato a Ferrara. E gironzolando in cerca di locali la sera c’era una Feltrinelli (o un’altra libreria, non so, non è importante) ancora aperta alle 11 di sera e diocristo, entriamo, mi fa Giorgia, eh no, eh si, ma no, ma si, e dai, avete capito. Sono uscito con un Junji Ito fra le mani che mi ha accompagnato in Vermoutheria, ed era questo Junji Ito qua. Black Paradox, un titolo che non mi piaceva e la copertina ancora meno. Credo mi sia passato per le mani, ma non l’avevo mai cagato abbastanza da comprarlo. Oramai però li ho letti quasi tutti… e quindi…. L’ho iniziato e quasi finito in treno, tornando da Ferrara.
E ora, finalmente, posso dirvi qualcosa del manga.
Anzi no. Vado a vestirmi e a rimpirmi di creme, ché oggi ho fatto grava e c’era sole e ho letto il gigi e mi sono scottato e ho fatto pure il bagno. Ma poi vi dico un po’ di cose, con calma.
Eccomi.
Dicevamo? Ah, sì. Black Paradox. Su Reddit sono incappato in discussioni del tipo “è tra i più famosi” “è tra quelli meno conosciuti” e altre bizzarrie. Vi posso dire che ha i suoi anni. Un 2009, quindi stiamo parlando di un Junji Ito di quasi vent’anni fa. Conosciuto o meno, io vi posso dire che è un bel lavoro. Dentro, ma potrebbe essere solo in questa edizione italiana, ci trovate in aggiunta anche una storia delle sue, “La leccatrice”, che si difende, è un bell’idea, ottimi disegni horror, ma forse poteva essere sviluppata meglio. Sono solo una ventina di pagine. Eccovi una tavola, così, perché so che se vi lasciassi detto solo “La leccatrice” chissà che film vi fate.
La storia di Black Paradox (un sito per suicidi, se volete saperlo subito) è invece una sorta di collana di perle, fatta di sei capitoli che portano avanti la vicenda, ma in episodi quasi autoconclusivi, benché interdipendenti. La vicenda è presto detta: 4 ragazzi si conoscono in rete e si danno appuntamento per suicidarsi. Poi succedono cose. Cose di doppelganger, cose di spettri, cose di robot umani, cose di pietre venute da un altro mondo, o meglio, dall’altro mondo. E attorno a queste pietre ruotano parecchie vicende.
Ci sono cose molto belle, dentro questi episodi, altre – poche – discutibili. Alla fine, se tirate le somme, ne uscito molto soddisfatti. Facciamo che vi faccio due elenchi.
Dunque… tra le cose belle, che mi son piaciute:
- la ragazza con la voglia sulla faccia… brrrr
- l’idea della coltivazione di un piloro o della voglia in un brodo che riempie una piscina
- l’idea dell’automa/robot che va e viene dal paradiso e vuole continuamente suicidarsi
- lo stomaco che esplode
- il pelo sullo stomaco dei personaggi, che è notevole
- il medico pazzoide invasato
- avidità uccide suicidio
- il finale assurdo e avengers-style (ma questo a qualcuno non sarà piaciuto)
Tra le cose che invece mehh..
- questo qua che lega una tizia che ama per settimane senza motivo e nessuno dice o fa niente, manco la tipa stessa.
- questi qua che scappano dalla police come niente fosse e poi, come niente fosse, le accuse di omicidio e strage cadono e finità così
- il governo giappo che si fa zero domande e vuole le pietre come se fossero degli scappati di casa qualunque
- il paradiso e le anime, un po’ buttate lì, che danno un tocco religious, che non serviva.
Alla fine, vincono le belle idee, e ci sono anche delle belle tavole, mooolto horror. Ve ne ho messa qualcuna, ma dentro ce ne sono di altre, anche meglio. Anzi, quella top ve la metto in calce.
Voi dico anche che, prima di cominciare a scrivere, avevo piazzato ***(*) come voto, ma poi, sbirciando e guardando e rileggendo mi son detto, Eh no, cazzo, questa è una bella storia! E quindi 4 stelline senza remissione. E quei non sense della vicenda, alla fine, che ci stiano senza tanti problemi. Anzi, questo il consiglio se lo leggete. Mollate l’idea di attenervi a una stretta verosimiglianza dei fatti. State entrando in paradiso con delle anime, non credo sia il caso di fare gli schizzinosi sul realismo e la coerenza dei comportamenti dei personaggi.
Ah, dimenticavo. A fine libro, non so perché, buttate lì, ci sono 4 pagine a colori di un mini racconto distopico sul cormorano. Abbastanza non-sense, ma anche abbastanza collocato male (addirittura dopo i titoli di coda del manga)
Adesso lo posso prestare a Luca, come al solito. Continuo ad ascoltare questo nuovo Bon Iver live, mi faccio un voltaren con Ipa, vi scrivo una quasi poesia di morte di oggi sul fiume e poi provo a… quella cosa là, delle farfalle.

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